martedì 18 aprile 2017

FOSSOMBRONE E GLI AGENTI "COLLEGHI"

Aldo Maturo

“Vi sono dei momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre". Questa una delle frasi più belle del libro di Oriana Fallaci, “La rabbia e l’orgoglio”.
Ho scelto di prenderla in prestito dalla Fallaci - e  mi sono deciso a fare questa puntualizzazione - perché sto leggendo un libro sulla vita di un ergastolano che ha trascorso diversi anni nel carcere di Fossombrone. 


L’autore racconta la storia tormentata di questo detenuto e alterna flash-back di vita vissuta prima e durante la carcerazione. Vi si ritrovano puntuali descrizioni del paese, del carceron, delle dinamiche interne, del coinvolgimento emotivo delle famiglie  e naturalmente non poteva mancare un passaggio sugli agenti. La perfetta conoscenza che l’autore ha dell’istituto avrebbe forse suggerito di evitare il ricorso a qualche aneddoto da bar, incompatibile con il livello professionale del personale che lavora in quell’istituto.

“ …omissis… e’ vero, non si dice più guardie carcerarie, scusate, oggi si chiamano agenti di polizia penitenziaria. Ma a Fossombrone, da sempre, si chiamano “tiracatorc”. La gente del posto li chiama così: i “tiracatorc” sono almeno duecento, sono una fetta importante della popolazione, sono tutti del posto, non vengono dal Sud come in altre carceri.
Ne ho sentite di storie su di loro…Quando si incontrano, in carcere, non si chiamano per nome, si chiamano “collega”. Arrivano a qualche cancello di cui non hanno la chiave e chiamano “collega” ed il collega apre la porta, prende in consegna il detenuto e lo porta al cancello successivo, di cui non ha la chiave e chiama “collega”. Tante volte ho sentito raccontare questa storia dai parenti dei detenuti che aspettano fuori dal carcere. Ma perché non si chiamano per nome? Come fanno, in duecento che sono, a capire che “collega” stanno chiamando?
Un giorno ho saputo perché. E’ una tradizione che risale all’inizio del ‘900. C’era una finestra sul lato del carcere che guarda verso il passo del Furlo, da cui, se si verificava un pestaggio, i detenuti gettavano un bigliettino con il nome de “tiracatorc” che se ne erano resi responsabili. C’era un gruppo di anarchici che ogni sera passava sotto quella finestra per vedere se c’era il bigliettino. Se lo trovavano, il nome del “tiracatorc” era segnato: la sera stessa o la sera dopo avrebbe ricevuto una dose di legnate simile a quella da lui dispensata ai prigionieri. Per quello i tiracatorc di Fossombrone hanno smesso di chiamarsi per nome. “Collega” è il modo di chiamarsi che hanno scelto, per evitare che il loro nome finisse su un bigliettino sotto la finestra. E continuano ancora a chiamarsi così, “collega”, anche dopo che è passato il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, facendo rialzare il muro di cinta e costruendone un altro con garitte e telecamere, istituendo una specie di “zona franca” attorno al carcere. Si dice anche la soppressione della linea ferroviaria da Fano a Urbino, che passa proprio davanti al portone del carcere, sia stata chiesta da Dalla Chiesa alle ferrovie che hanno preso al volo l’occasione per tagliare un ramo secco. Oggi non è certo più possibile lanciare un biglietto dalla finestra, io ho passato anni là fuori e non ho mai visto piovere nulla dalle mura…(omissis)…”

Ci sarebbe da sorridere se non si sentisse il bisogno di far chiarezza su questa stupida storiella. E’ noto a chiunque conosce il carcere, infatti,  che motivi di privacy e di sicurezza consigliano di tutelare il nome del personale che lavora a continuo e diretto contatto con i detenuti.

Il rischio professionale è altissimo e il dover interagire ogni giorno  con i detenuti li può esporre, anche nella vita privata, a rischi di ritorsione per motivi legati alle dinamiche interne delle sezioni. Può bastare un rifiuto, vissuto dal detenuto come affronto, per essere oggetto di vendette o di minacce esterne. Il rischio si estende anche alle  famiglie ed è consuetudine consolidata, perciò, evitare che tramite il cognome si possa risalire agli indirizzi di casa.
Per i Direttori ed funzionari psico-pedagogici tali cautele non sono possibili perché la loro firma è in calce agli atti di ufficio, la loro identità è ben nota e la cosa rientra, purtroppo, nel rischio professionale correlato al loro ruolo.

Che le cautele non siano infondate lo testimoniano, oltre a mille episodi che forse non raggiungono l’onore della cronaca, i tanti attentati che hanno funestato il Corpo, da Lorenzo Cotugno a  Francesco Di Cataldo, da Raffaele Cinotti a Germana Stefanini, dal Direttore Giuseppe Salvia a Gennaro De Angelis.

“Collega”, perciò, è il modo più utilizzato per chiamarsi sul posto di servizio. Non azzera, ma di certo diminuisce il rischio di intimidazioni per lo svolgimento di un lavoro che vede gli agenti confrontarsi  con persone  spesso incattivite perché private della libertà. Può trattarsi di cittadini ancora imputati ed in attesa di giudizio ma, nel caso di Fossombrone, i detenuti sono prevalentemente condannati e non poche volte collegati ad organizzazioni criminali in grado di poter risalire alla vita privata di chi nel carcere opera e lavora.