lunedì 8 giugno 2026

FOSSOMBRONE, CELLA 42, IL GIORNO PIU' LUNGO

 C’era da aspettarselo prima o poi in un carcere dove erano concentrati  i più pericolosi criminali, assassini, rapinatori, rivoltosi, plurievasi e killer delle carceri. La loro presenza, unita ai più famosi capi ed esponenti delle Brigate Rosse, di Prima Linea, delle Unità Combattenti Comuniste, di Potere Operaio e di altre decine di sigle del terrorismo rosso, creava una miscela esplosiva che metteva a dura prova le capacità professionali di tutti noi. Non a caso diversi storici, analizzando successivamente quegli anni, li definiranno “clima da guerra civile”.


Aldo Maturo


 

         Quella giornata del 7 ottobre 1980 rimarrà indelebile nella mia mente e fu quella che mi convinse che dovevo mettere la parola fine alla direzione del supercarcere di Fossombrone, anche perché da quasi un anno il Gen.dalla Chiesa – che mi aveva voluto a quella Direzione -  aveva lasciato l’incarico di Coordinatore della Sicurezza degli Istituti di Prevenzione e Pena perché promosso e nominato Comandante della prestigiosa Divisione Pastrengo di Milano.  Erano stati anni  trascorsi in continua fibrillazione, iniziati con l’esperienza dell’evasione del 5 gennaio 1977 e svoltisi ininterrottamente tra rivolte, bombe, proteste, proclami, allarmi continui di attentati, omicidi e, quella mattina, per non farci mancare niente, con il sequestro di tre agenti dai risvolti imprevedibili.


 

         D’altra parte c’era da aspettarselo prima o poi in un carcere dove erano concentrati  i più pericolosi criminali, assassini, rapinatori, rivoltosi, plurievasi e killer delle carceri. La loro presenza, unita ai più famosi capi ed esponenti delle Brigate Rosse, di Prima Linea, delle Unità Combattenti Comuniste, di Potere Operaio e di altre decine di sigle del terrorismo rosso, creava una miscela esplosiva che metteva a dura prova le capacità professionali di tutti noi. Non a caso diversi storici, analizzando successivamente quegli anni, li definiranno “clima da guerra civile”.

         Nessuno si era illuso che le supercarceri non sarebbero state contestate ma avevamo testimonianze, riportate  dalla stampa e dai parlamentari in visita, che i detenuti, comuni o terroristi, preferivano stare a Fossombrone piuttosto che in altri supercarceri, anche per la professionalità e la comprensione che il personale aveva per i loro problemi.

Ma anche quel giorno, il 7 ottobre 1980, Fossombrone pagò pegno per un altro Istituto, Asinara, definito dalla stampa e dai detenuti la Cajenna d’Italia.

        

Quella mattina, come al solito, gli agenti iniziarono ad aprire le celle per portare i detenuti al passeggio. Davanti alla cella 42 si presentarono il Brig.Guercioni Domenico, l’Ag.Ragnoni Adriano, l’ag.Claudio Giacomelli, l’Ag.Alberto Violini e l’ag. Dionisi Walter. Erano in cinque perché la cella da aprire ospitava detenuti pericolosissimi : Raffaele Fiore, uno dei capi delle BR, reduce dalla strage di Via Fani con il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione di tutta la sua scorta, Daniele Lattanzio, ergastolano, Vincenzo Andraus, ergastolano, Antonio Gasparella, in espiazione di 25 anni di reclusione. Era un gruppo ad altissimo rischio. Lattanzio e Andraus erano noti in tutte le carceri italiane per la loro pessima condotta, con un curriculum di omicidi, rivolte ed evasioni.


         Uscirono in fila indiana perché il vecchio e centenario padiglione aveva  il ballatoio che costeggiava le celle  largo poco più di un metro e non c’era spazio per camminare affiancati. I detenuti camminavano davanti agli agenti per dirigersi ai cortili di passeggio.

        

All’improvviso, attuando il loro piano preordinato, si girarono tutti di scatto e si avventarono contro gli agenti con dei coltelli in mano. Loro, colti di sorpresa, dopo una prima istintiva reazione, si fermarono perché sentirono le lame sul collo. L’ag.Violini, per non essere sequestrato, scavalcò la balaustra e si buttò giù atterrando sulla rete di protezione anti suicidio che si estendeva da un ballatoio all’altro come una gigantesca amaca. L’ag.Giacomelli  fu subito ferito al fianco e lasciato andare perché fosse soccorso. Gli altri tre agenti, ormai bloccati e resi inoffensivi, furono trascinati nella cella ancora aperta che i rivoltosi richiusero subito alle loro spalle.


.

         Tutto si era svolto in pochi attimi e il sequestro era riuscito. Avevamo  quattro detenuti barricati in cella con  tre nostri agenti. L’allarme generale suonò immediatamente lacerando l’aria mentre tutti gli altri detenuti, ancora chiusi in cella, cominciarono a battere le stoviglie di metallo contro i cancelli con un frastuono assordante, martellante, percepibile anche dalle case intorno al carcere. Sarebbe durato ore, accompagnato da slogan sulla chiusura dell’Asinara ripetuti all’infinito. Corsi sul posto e il Comandante Canali mi riferì subito le condizioni dei rivoltosi: Lattanzio, Andraus e Gasparella – preavvertiti di prepararsi perché trasferiti all’Asinara – avevano progettato il sequestro con l’aiuto del brigatista Fiore, chiedendo l’ immediata revoca del provvedimento. Per amplificare la protesta avevano chiesto l’intervento del Procuratore della Repubblica, dell’avvocato Paleani di Urbino e di due giornalisti, Paolo Nonni del Resto del Carlino ed Enzo Polverigiani  del Corriere Adriatico cui affidare un loro proclama. Se non avessimo accettato le richieste la vita degli ostaggi era nelle loro mani.

        

Avvisai immediatamente il Procuratore della Repubblica, il Gen.dalla Chiesa ed i vertici ministeriali. Da Roma, dopo un susseguirsi di telefonate sempre più animate,  fu facile rispondermi di non accettare ricatti, di non transigere e di predisporre un’azione di forza perché nel clima incandescente di tutte le supercarceri (quella mattina era iniziata una analoga rivolta anche a Volterra) non ci si poteva permettere di accogliere le loro richieste. Temevano che cedere al ricatto avrebbe rappresentato un precedente pilota per altri istituti. Risposi subito che fino a quando il Direttore ero io non ci sarebbe stata alcuna azione di forza perché l’unico obiettivo era non mettere in pericolo la vita dei sequestrati. Avvisai anche i due giornalisti, tra l’altro miei amici, spiegandogli l’accaduto ed invitandoli a venire sul posto. All’esterno del carcere, intanto, c’era un clima di assedio.  Camionette e macchine della polizia  avevano circondato non solo il carcere ma anche il paese, con  posti di blocco a presidio dei punti nevralgici. Sopra di noi l’elicottero dei carabinieri continuava a ruotare con i suoi giri concentrici e volava talmente basso sui tetti da far vibrare i vetri delle finestre.


   I detenuti intanto, prevedendo una nostra irruzione, avevano legato l’Ag.Ragnoni al cancello della cella passandogli un cappio tra il collo e l’inferriata. Se avessimo forzato l’apertura del cancello avremmo determinato lo strangolamento dell’ostaggio.

         Al magistrato e ai giornalisti i detenuti continuavano a ripetere che non volevano essere trasferiti all’Asinara, elencando le pessime condizioni di vita di quell’istituto. Non ponevano limiti o scelte all’amministrazione per il trasferimento in qualunque altro supercarcere.  Il colloquio per le trattative  era reso ancora più difficoltoso perché coperto dalla battitura ritmata delle scodelle di metallo che scuoteva le sezioni e dal rumore assordante dell’elicottero che ruotava a pochi metri dal tetto proprio per motivi deterrenti.

        
A un giornalista che gli chiese se avessero avuto il coraggio di fare del male agli agenti, Lattanzio rispose che non lo avrebbero mai fatto, che a Fossombrone stavano bene, che il personale sequestrato stava in ottima salute ma che la condizione per la loro salvezza era non essere trasferiti all’Asinara.       Conoscendo il loro spessore criminale, la minaccia non ci sembrò esagerata. Il curriculum di uno dei due era impressionante. Qualche anno prima, a Brescia, aveva tenuto sequestrate per tre ore quaranta persone.

         Il detenuto Fiore, capo delle BR, chiese di restare a Fossombrone anche perché il trasferimento non lo riguardava. Evidentemente aveva partecipato solo per solidarietà con gli altri compagni di cella. Le ore trascorsero una dietro l’altra aspettando le risposte dei massimi vertici ministeriali alle mie infinite telefonate di aggiornamento. Capii che in quelle stanze ovattate del potere romano si erano creati due orientamenti, uno più intransigente e uno più propenso alla trattativa. La richiesta di non andare all’Asinara appariva comprensibile, considerati i ben noti criteri gestionali di quell’istituto oltre al disagio dei familiari per raggiungere l’isola. Io comunque ribadivo ogni volta che non avrei mai ordinato un’azione di forza mettendo a rischio la vita degli agenti. Su questa linea era d’accordo anche il magistrato presente.

Verso le quattro di pomeriggio, dopo ore di preoccupante silenzio da parte del ministero, il centralino mi passò una telefonata da Roma. Era il Direttore dell’Ufficio Detenuti, Cons. Giovanni D’Urso (che sarà rapito dalle BR nel 1980) Le istanze dei detenuti erano state accolte e non sarebbero stati trasferiti all’Asinara ma in carceri del Nord Italia.

         I detenuti furono avvisati immediatamente. Liberarono l’Ag.Ragnoni dai legacci e lo lasciarono libero di uscire dalla cella con gli altri colleghi. Consegnarono i coltelli che risultarono essere manici di cucchiaio limati e levigati. Era tutto finito. Sul carcere scese un silenzio surreale dopo il frastuono di tutte quelle ore infinite. La morsa di carabinieri e polizia intorno al carcere si allentò e le pattuglie venute di rinforzo ripresero la via dei loro Comandi. L’elicottero fece un ulteriore giro sul paese e sparì all’orizzonte. I giornalisti corsero alle loro redazioni per raccontare a tutta pagina la loro strabiliante esperienza. Come sempre restammo noi, da soli.  Organizzammo di corsa la partenza di quei tre per farli partire lo stesso pomeriggio. La giornata era finita, fumando l’ennesima sigaretta in attesa dell’incognita del giorno dopo.

 

(da  Aldo Maturo, “Quei giorni più lunghi – Fossombrone 1976-1981”, Ediz.Melchiorri, Pesaro, 2024”