mercoledì 8 marzo 2017

TELESE, LE RAGAZZE DI IERI

Le ragazze del ’68 rivendicavano con forza il loro ruolo anche nell’ambito dei movimenti studenteschi, rifiutandosi di passare da “angelo del focolare” ad “angelo del ciclostile”. Ma di tutto questo, le ragazze di Telese, oggi nonne felici, cosa pensavano? In occasione dell’8 marzo, abbiamo rispolverato una vecchia ricerca.

 Aldo Maturo
 



  “Abbiamo finalmente trovato la libertà di pensare, dire, fare ed essere ciò che noi decidiamo. Compresa la libertà di sbagliare”. Era questo uno degli slogan delle ragazze del ’68 che rivendicavano con forza il loro ruolo anche nell’ambito dei movimenti studenteschi, rifiutandosi di passare da “angelo del focolare” ad “angelo del ciclostile”.


Dal femminismo, infatti, veniva la proposta liberatoria di abbattere le tradizionali disuguaglianze tra uomini e donne e di non sentirsi più soggiogate dalle opinioni degli altri. Il conflitto non era soltanto generazionale ma investiva il sistema culturale, sociale e politico globalmente inteso.

Ma di tutto questo le ragazze di Telese cosa pensavano, erano contente del grado di emancipazione raggiunto? In occasione dell’8 marzo, abbiamo rispolverato una vecchia ricerca.

Quelle che avevamo sentito non sembravano molto soddisfatte. Per Antonietta, poter viaggiare in autobus o in treno per raggiungere le sedi universitarie o la possibilità di studiare in altre città, lontano dalla cerchia familiare, poteva sembrare emancipazione, ma solo se lo si paragonava alla condizione delle coetanee di 40 o 50 anni prima. In realtà frequentare l’università era una emancipazione concessa dai genitori in vista di un bene superiore, il loro futuro professionale. Di certo non si sentiva emancipata dai pregiudizi e dai tabù paesani. La libertà di cui godeva non era una sua conquista o l’affermazione e il riconoscimento della sua capacità di agire con responsabilità.

Il pensiero di Antonietta era condiviso da Enza. A lei sarebbe piaciuto se i genitori si fossero convinti che le figlie erano essere coscienti, responsabili e ragionanti. Avrebbe voluto che, di fronte a un divieto, ci fosse stata la spiegazione della ragione del rifiuto, una spiegazione adeguata e convincente e non limitata a vaghi riferimenti alla moralità tradizionale.

Ma cosa è la moralità? si era chiesto Giuseppina. Forse adesione formale ai principi sanciti dalle autorità? Per lei la moralità era prima di tutto libertà e si rilevava nell’agire con senso di responsabilità e coerentemente ai propri principi. Solo se avesse raggiunto un tale obiettivo avrebbe potuto ritenersi soddisfatta, consapevole di aver conquistato una propria emancipazione e una propria libertà psicologica. Che emancipazione poteva essere quella che viveva, quasi sempre impedita di fare ciò che voleva?

Annamaria, a tal proposito, aveva lamentato che il padre per nessuna ragione le concedeva di rientrare dopo le otto di sera. Di fronte alla sua richiesta di spiegazioni riceveva risposte sfuggenti o un ribadito e categorico “No”. Soffriva per questa situazione perché c’era solo un rapporto di forza e lei, parte debole, doveva soccombere di fronte al rifiuto di ogni ragionamento.

Michela aveva detto che il padre accettava di discuterne, le riconosceva il diritto di godere di una certa libertà, assicurava di aver fiducia in lei ma…ma gli schemi mentali e i pregiudizi del paese facevano opinione e l’opinione, in paese, era arbitro incontrastato del buon nome di una ragazza.

Teresa aveva riconosciuto che i genitori avevano ragione perché condizionati dall’ambiente, determinante in quel contesto sociale, un ambiente che come tutti i luoghi chiusi aveva pregiudizi e tabù di cui non si poteva non tener conto.

Tutte avevano auspicate l’apertura di circoli giovanili, visti non solo come centri di aggregazione culturale ma anche come motori di evoluzione e di liberazione dai condizionamenti ambientali.

Queste alcune confessioni raccolte, a riconferma di una realtà comunque nota, sia pur già contagiata dal vento del rinnovamento che soffiava impetuoso nelle città ma aleggiava anche nei nostri paesi dell’entroterra. Riviste a distanza di tanti anni forse ci fanno sorridere e ci fanno pensare che sono idee di cinquanta anni fa scambiate con ragazze, oggi nonne felici, che hanno dovuto lottare per riaffermare la loro identità.

Ma se l’indagine si facesse oggi, i risultati sarebbero molto diversi?