mercoledì 12 settembre 2012

VALLANZASCA



Aldo Maturo
 
Vallanzasca appena arrestato, nel 1977

Che potesse arrivare Vallanzasca lo avevo immaginato quando lo avevo visto in TV nella famosa intervista del 15 febbraio 1977, sul balconcino subito dopo l’arresto da parte dei carabinieri. Qualche giorno prima c’era stato il conflitto a fuoco con la Polizia Stradale di Dalmine. Per lui una ferita al fianco, per i due poliziotti la vita stroncata sull’asfalto.
    Aveva 27 anni Vallanzasca ed era già accusato di diversi omicidi e sequestri di persona. I giornali scrivevano in quei giorni che era un bandito sanguinario che aveva trasferito nelle dinamiche criminali degli anni ’70 le caratteristiche del filone gangsteristico americano. Pensai che lo mandassero a Fossombrone perché avevo anche il Centro Clinico, allora tra i più accreditati d’Italia, unico per i detenuti dei cinque istituti di massima sicurezza. Tre piani, una sala operatoria attrezzatissima, un’equipe chirurgica esterna di alto livello, poliambulatori anche di fisioterapia, assistenza medica e parasanitaria 24 ore su 24.



Cercai di immaginare, al fine di prevenire alleanze o disordini, come avrebbe potuto interagire con gli altri detenuti “politici” e “comuni”, ma  il variegato livello di pericolosità fra quelle mura era talmente elevato che mi restava poco spazio di manovra, se non confidare sull’intuito, sulla fortuna e sulla professionalità del personale.
    La cella per lui non avrebbe avuto nulla di particolare, singola, piano terra, letto, tavolino, armadietto e finestra con le sbarre sul cortile interno. Pochi metri più in là c’era quella di Luciano Liggio, di Graziano Mesina, di tanti altri nomi famosi della criminalità organizzata, dei capi storici delle Br, NAP, Prima Linea oltre a quelli del peggiore sottobosco carcerario fatto di accoltellamenti ed omicidi in carcere. 
    C’è stato per anni il più alto concentrato di uomini a rischio evasione nello storico istituto di Fossombrone, scelto da Dalla Chiesa come una delle cinque fortezze destinate a contenere i maggiori protagonisti della cronaca nera di quei terribili anni e tante volte mi chiedevo perché dall’altra parte delle sbarre avesse messo me. Forse perché rappresentavo l’altra faccia dello Stato, quella legalitaria, come dicevano i terroristi e come gli eventi di quei terribili anni confermarono.
    E la traduzione arrivò, con l’abituale copione di quel tempo. L’elicottero che aveva protetto dall’alto le auto di scorta, lo stridio delle gomme, i carabinieri e gli agenti tutt’intorno col mitra spianato e gli occhi puntati su qualunque cosa si muovesse fuori scena. Lo aiutarono a scendere e lo fece senza mostrare sofferenza, appoggiandosi alle stampelle e dolorante per la ferita. Quando entrò nel portone l’elicottero dei carabinieri virò verso l’alto e si allontanò alzando polvere e foglie. Ormai il problema della sicurezza non era più suo.
   Per circa due anni Fossombrone è stata la sua sede detentiva, intervallata da numerose assenze per partecipare ai vari processi in giro per l’Italia. Ne aveva tanti e si disse che molti li accettava anche se non c’entrava niente perché andare era comunque un diversivo e poi poteva essere l’occasione buona per evadere.
   La permanenza non passò inosservata sulla stampa che partorì decine di articoli sulle sue giornate e sulle cartoline ricevute da centinaia di ragazzine. La sua vita all’interno scivolò in un’ordinaria routine e nelle cure mediche per l’intervento subìto dopo il conflitto a fuoco, cure ben riuscite se dopo alcuni mesi riusciva a correre dietro ad un pallone ed a superare per primo i cavalli di frisia messi in una sola notte per dividere, dietro la chiesa, i due cortili di passeggio, un tempo comunicanti. Soggetto dalla forte personalità, abituato a vivere fuori dalle regole e dagli schemi, sopportava con disinvoltura lo stato di detenzione senza nutrire particolari ambizioni gerarchiche o carismatiche, anche perché in quell’istituto le aspirazioni degli uni erano ben compensate dalla lunghezza e dalla gravità  dei reati degli altri, (le c.d.posizioni giuridiche) elencati  nei fascicoli personali non  a fogli ma a rotoli.
   Nel luglio del 1979, durante un periodo di permanenza a Roma Rebibbia dove era andato per motivi processuali, si sposò con la signora Giuliana Brusa. Testimone di nozze, per lui, era stato Francis Turatello, che con Albert Bergamelli era stato capo della banda dei marsigliesi, una delle bande più famose degli anni ’70. Il “comparaggio” destò sorpresa perché i loro uomini, fino a qualche tempo prima, si erano scontrati nelle piazze di Milano lasciando sul selciato morti e feriti. Dietro quella pace gli inquirenti  sospettarono nuove alleanze.
   Il matrimonio, se da una parte lo aveva reso felice ed ottimista, dall’altra lo aveva reso ancora più intollerante alla regolamentazione dei colloqui, una procedura che non aveva mai accettato perché si svolgevano in sale divise da vetri antiproiettili. Ci si parlava con i citofoni, primo esperimento in Italia, e la novità non era stata “gradita” tanto che  al termine della giornata di colloqui i detenuti, terroristi e non, puntualmente li spaccavano, costringendoci ad una immediata sostituzione. Ma la rigidità su questo punto era tassativa negli istituti di massima sicurezza, Roma non ammetteva eccezioni e noi direttori non avevamo alcuna facoltà di derogare alla disposizione di autorizzare solo  quattro colloqui mensili. Si svolgevano in questa sala munita di vetro antiproiettile fino al soffitto che separava detenuti e familiari, mutuata dal sistema penitenziario anglosassone.
   La regolamentazione fu attutita non solo grazie alle loro proteste ma anche per l’intervento della stampa e di noi Direttori che avevamo unanimemente chiesto a Roma la possibilità di poter concedere almeno due colloqui in sala senza vetro  se il detenuto avesse avuto una condotta regolare. Furono concessi anche a lui ma un mese non li ritenne sufficienti, ne chiese altri extra che non gli furono autorizzati anche per non creare favoritismi a danno di altri detenuti.
Il diniego lo fece esplodere in un incontrollato gesto di protesta che ne determinò l’immediato trasferimento ad altra sede.
    Il lungo viaggio di Vallanzasca nei penitenziari italiani lo vedrà protagonista di tanti altri episodi, da evasioni tentate o riuscite  a crudeli esecuzioni. Negli ultimi tempi il nome è tornato sulla scena per il film di Michele Placido e per l’attenzione esagerata della stampa, sempre pronta a gonfiare tutto quello che fa notizia. E’ difficile pensare che i tentativi di reinserimento fatti da lui e dagli operatori che lo seguono possano passare inosservati ed andare silenziosamente a buon fine, senza che ci sia qualcuno pronto a riaccendere ogni volta i riflettori per ricordare il passato anche se tutto è ormai storia.