sabato 13 ottobre 2012

N.I.C. DELLA POLIZIA PENITENZIARIA: UN NUCLEO DI ECCELLENZA

Viaggio alla scoperta del N.I.C., nucleo d'eccellenza. Compiti, caratteristiche, specialità e segreti degli uomini che compongono il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria.
Un' attività investigativa a tutto campo che ha portato il N.I.C a riscuotere successi e credibilità da parte dell'A.G. che di anno in anno affida al Nucleo una continua e crescente mole di lavoro.

Una trentina di uomini con il compito di investigare dove il crimine morde più forte: all’interno delle carceri. Da qui, dentro le mura di un penitenziario, nascono le indagini del NIC, il Nucleo Investigativo Centrale istituito con il decreto ministeriale del 14 giugno 2007. A tutti gli effetti un servizio di polizia giudiziaria che combatte i reati commessi in ambito penitenziario o direttamente collegati ad esso. Criminalità organizzata, terrorismo, crimini contro la Pubblica Amministrazione, abusi interni, sono i confini dentro i quali gli uomini del NIC muovono i loro passi. Tutte attività investigative svolte sempre alle dipendenze dell’Autorità Giudiziaria.



“Nel 2007 – spiega il Commissario Luca Bontempo, Responsabile del NIC – erano 47 le deleghe di indagini affidate dall’autorità giudiziaria ai nostri uffici. Oggi, dopo tre anni, sono circa 200 e continuano ad aumentare a conferma di una crescente fiducia da parte dei pubblici ministeri, ed è per noi segno di riscatto e privilegio”.
Un’attività che spazia, non solo nelle fattispecie criminali che persegue, ma anche nel campo d’azione geografico che non si esaurisce ai confini interni, ma arriva anche all’estero dove i compiti di polizia giudiziaria vengono portati avanti in collaborazione con le polizie locali e l’Interpol. Questo è accaduto ad esempio nella cattura di Giovanni De Martino, il latitante 42enne imputato per traffico internazionale di stupefacenti e scoperto nell’agosto del 2009 in Spagna grazie all’attività investigativa condotta dal NIC in collaborazione con le autorità iberiche.
Il tempo e lo spazio non contano. Le indagini a volte hanno bisogno di mesi di lavoro prima di dare risultati. Quello che importa è il team e la sinergia che si crea tra gli uomini. “Ovviamente – continua Bontempo – i problemi attuali, come il sovraffollamento delle carceri, rappresentano un elemento di maggiore difficoltà perchè avendo a che vedere con un numero maggiore di detenuti, l’attività investigativa si fa automaticamente più complessa”. Anche per questo il NIC, secondo quanto previsto dal decreto costitutivo, può delegare lo svolgimento di alcune attività investigative a unità di personale individuate in sede periferica presso gli istituti o i provveditorati. “Questa scelta – spiega Bontempo – dipende molto dalla delicatezza delle indagini che vengono condotte. È ovvio che quando il NIC lavora su casi che vedono coinvolti agenti della Polizia Penitenziaria, è opportuno che l’indagine sia portata avanti dall’esterno”.
E proprio l’attività interna ai penitenziari di controllo nei confronti di eventuali abusi commessi dagli agenti risponde a un indirizzo e a una necessità di trasparenza che viene direttamente dal Capo del DAP. “Si tratta di un’attività – ha spiegato Franco Ionta nell’intervista rilasciata in questo numero della rivista – che nasce non solo per punire gli agenti colpevoli, ma soprattutto per tutelare quella stragrande maggioranza che lavora con professionalità e grande qualità”.

CATTURANDI

La sezione Catturandi all’interno del Nucleo Investigativo Centrale si occupa quasi esclusivamente delle catture di detenuti evasi ed è stata istituita nell’estate scorsa a seguito dell’arresto di un evaso concluso 24 ore dopo la sua fuga. Da allora una serie di successi hanno portato alla messa in stato di arresto di 7 latitanti in sei mesi tra cui Gioacchino Matranga (tra i primi 30 fuggitivi più pericolosi d’Italia). “Di norma – spiegano gli uomini della Catturandi – la nostra attenzione si concentra sui detenuti fuggiti dagli istituti a seguito di permessi, ma anche su chi ha fatto perdere le sue tracce dagli arresti domiciliari, oppure su chi è stato scarcerato per errore”.

GLI UOMINI DEL NIC

Sono circa 30 gli agenti impegnati all’interno del Nucleo Investigativo Centrale, per lo più giovani, con alle spalle un’esperienza sul campo, disposti a viaggiare e a non avere orari. “Quello che è molto importante per entrare nel NIC – spiega Bontempo – è una buona cultura generale”. Oltre a questo, il pane della loro quotidianità è fatto di forti motivazioni: gli agenti comprano testi, approfondiscono tematiche su internet, studiano per essere sempre aggiornati. Alle loro spalle ci sono in media 80/100 ore di straordinario mensile e 40 ore di intercettazioni sbobinate ogni mese. “Un’infinità – dicono i ragazzi del NIC che ascoltano dalla mattina alla sera i nastri dei boss della camorra o della ‘ndrangheta – perché alle volte per capire e decifrare un singolo passaggio di un minuto ci si può impiegare anche una giornata di lavoro”. Ascoltare non basta: il linguaggio delle mafie è infarcito di gesti, modi di dire, affonda nel dialetto e vive di una linguistica tutta da decifrare. “La mafia - ricorda l’Ispettore Francesco G. - parla per metafore. E solo interpretandole siamo riusciti a decifrare i messaggi che Bidognetti mandava al fratello”. L’arte vera, secondo i più esperti, non è capire il senso della parola ma interpretarlo. Ci vuole istinto, fortuna e tanto tempo a disposizione. “Da due anni a questa parte siamo tutti fuorigiri. Siamo consapevoli di fare un lavoro fantastico però con l’aumento delle indagini diventa sempre più impegnativo”.
Ore ed ore passate a studiare le intercettazioni per scoprire i segreti dei boss.

Un lavoro complesso, dove l’attivismo lascia spesso il posto all’investigazione riflessiva, minuziosa, a volte anche noiosa. “Spesso passiamo 8/10 ore al giorno nel riportare le intercettazioni telefoniche, raccontano. È un lavoro impegnativo e stancante. Per fare un arresto ci possono volere mesi, a volte un anno, mentre in realtà quello che viene visto all’esterno è solo il risultato. Dietro la spettacolarità di questi successi ci sono sangue, sudore e lacrime, e una dedizione assoluta che ci porta a volte a stare anche una giornata chiusi dentro una stanza senza nemmeno uscire per un caffè. Spesso per riuscire a decifrare i dialoghi tra mafiosi studiamo a fondo il loro fascicolo; analizziamo il passato. Un semplice gesto, ad esempio, può essere utilizzato per indicare una persona”. 

La loro voce è quella di tutta la Polizia Penitenziaria, così come le loro conquiste. “I nostri successi – continua Francesco G. – sono i successi di tutto il Corpo perchè l’obiettivo che inseguiamo è vedere riconosciuta pari dignità con le altre forze di polizia”. La pensa allo stesso modo anche il Sostituto Commissario Bruno P., proveniente dal CED del Dipartimento dove faceva ricerche informatiche d’archivio a supporto di Dia, Ros, Digos e altri. Adesso la sua specializzazione è tutta al servizio del Nucleo. “Ci serviamo di strumenti digitali come l’archivio Afis – racconta – ma ci siamo anche creati un nostro archivio specifico e dettagliato per ogni reparto. Così, quando trattiamo di mafia o di camorra, sappiamo da dove cominciare a cercare”. E proprio quando si parla di mafie, gli uomini del NIC sanno che non si può mai abbassare la guardia. 

Sarebbe ingenuo pensare che un mafioso, una volta arrestato, interrompa la sua attività criminale. Restano i sodali liberi che provvedono ai bisogni dei carcerati, come sopravvivono i vincoli familiari che fanno sì che, anche da dietro le sbarre, questi uomini non perdano il loro potere. Per questo è fondamentale continuare a seguirli, studiarli e osservarli anche dopo l’arresto”. Una minaccia da disinnescare: è questa la definizione che secondo Vincenzo M. (Coordinatore del settore dedicato alla ‘ndrangheta, alla Sacra Corona Unita ma anche ai reati contro la Pubblica Amministrazione) definisce al meglio l’attività da portare avanti contro la criminalità organizzata nelle carceri. 

“Ci troviamo di fronte a un compito difficilissimo – spiega – prima di tutto perché a differenza della mafia siciliana che adotta i picciotti spesso dalla strada, quella calabrese vive di affiliazione dentro le famiglie, quindi di legami di sangue, e il fenomeno dei pentiti è quasi inesistente. Poi c’è il problema del linguaggio. A questo proposito stiamo studiando lo “scappotto antico”, una modalità tipica della ‘ndrangheta di trasmissione dei messaggi attraverso i gesti. Ecco perché molti dei nostri ragazzi vengono proprio da quelle terre, altrimenti sarebbe impossibile comprendere quel linguaggio”. Anche loro, come tutti gli altri agenti impegnati nel Nucleo Investigativo Centrale, vivono il lavoro come una missione segnata da episodi esaltanti e momenti duri. “Nelle uscite alla ricerca dei latitanti – raccontano – la paura è un sentimento che non manca mai, ma che anzi facciamo in modo di coccolare. È giusto portarla con sé perché ti dà quell’adrenalina costruttiva che aiuta a non fare errori”. 

“Ricordo una volta, a Monza – continua uno degli agenti – che stavamo cercando un evaso in piena notte in un casolare perso dentro un bosco. Non sapevamo chi avremmo potuto trovarci di fronte e in quei casi un minimo di timore c’è. Ma se non lo provi sei matto”. Alla base di tutto, confessano, c’è un’incondizionata fiducia nell’altro, nel collega che hai al tuo fianco, nella gente con cui lavori e con cui hai condiviso tanto. In queste operazioni devi sempre sapere chi c’è a coprirti le spalle, perché spesso la persona che ti segue è quella che può salvarti la vita.

POLIZIOTTI DI UNA CITTÀ CHIAMATA CARCERE

“L’attività di polizia giudiziaria non è esterna al Corpo, ma fa parte della natura del Corpo stesso, e quella svolta dal NIC è il naturale sviluppo delle funzioni proprie della Polizia Penitenziaria”. È molto chiaro il Consigliere Francesco Cascini, Direttore dell’Ufficio per l’Attività Ispettiva e del Controllo, quando descrive il ruolo del NIC all’interno del mondo penitenziario e, più specificamente, della Polizia Penitenziaria.
 
“La Polizia Penitenziaria ha bisogno di una crescita culturale nel ruolo che svolge. Nell’immaginario collettivo la detenzione è ancora considerata come contenzione e gli agenti definiti “secondini”. Ma la grande professionalità che distingue oggi gli uomini e le donne che operano nel difficile mondo del carcere deve contribuire a far superare questi pregiudizi”. Pregiudizi e falsità che non favoriscono un cambiamento che, secondo Cascini, deve prima di tutto partire dall’interno. “Sono gli stessi poliziotti penitenziari – come dimostrano i successi del NIC in termini di inchieste – i primi a dover prendere coscienza che il loro compito non è solo aprire e chiudere una cella, ma osservare, sostenere, analizzare, approfondire. Dalla loro parte hanno, oltre alla professionalità, una capacità investigativa che le altre forze di polizia non hanno. Non dimentichiamo che gli agenti della Polizia Penitenziaria conoscono meglio di ogni altro i detenuti perché ce li hanno davanti agli occhi tutti i giorni. Per questo dobbiamo cominciare a considerare il carcere come una città e i poliziotti di quella città come gli agenti della PolPen”. Un mondo complesso dove il ruolo del Nucleo Investigativo Centrale non si limita al controllo dei reati commessi dai detenuti, ma si allarga all’investigazione su abusi e corruzione che possono riguardare anche gli uomini dell’Amministrazione e della Polizia Penitenziaria.
“È inutile nascondere – spiega Cascini – che su 43.000 unità ci possano essere persone che deviano, ma è altrettanto vero che la Polizia Penitenziaria sta lavorando su questi episodi per contrastarli con durezza. L’Ufficio Ispettivo e il NIC lavorano molto su questi fenomeni e hanno l’appoggio incondizionato dei colleghi impegnati all’interno delle carceri. Questo dimostra che nella Polizia Penitenziaria c’è un atteggiamento opposto a quello di chiusura che spesso si verifica tra le altre forze dell’ordine”.
(Daniele Vinci - 4.3.2010 - poliziapenitenziariaforumfree.it)