venerdì 19 ottobre 2012

I PENDOLARI DEL RUMORE


Aldo Maturo


Ho abitato al quadrivio per oltre 30 anni e non posso che solidarizzare con Carletto Franco e Alice Canelli di cui comprendo perfettamente l’esasperazione (http://www.vivitelese.it/2012/10/telese-una-situazione-insostenibile).
Abitare in una zona ad alto inquinamento acustico è molto penalizzante ed ancora oggi mi fanno pena gli abitanti del centro della città dove vivo, vittime designate del rumore di fiere,concerti e festival, per non parlare di quelli del lungo mare assordati tutta l’estate dalla musica live o hi-fi dei vari localini che brulicano di gente fino alle 3 o alle 4 di notte. Le proteste degli interessati riempiono le cronache locali, le autorità amministrative emettono ordinanze, i vigili intervengono a campione per tacitare i decibel, ma è una battaglia perduta.

Tutti i centro città, da nord a sud, sono il naturale centro di aggregazione dove confluiscono  gli abitanti della periferia e dell’interland per le più svariate occasioni festaiole. Al termine si sciama verso la propria tranquilla casetta rionale, mentre il centro resta lastricato da lattine, cestini di rifiuti traboccanti immondizia, tappeti di cicche, cartacce, bottiglie di birra rotte. Si torna a casa frastornati per la ressa, per il traffico inusuale, per il livello degli altoparlanti, per i rumors di fondo che inevitabilmente accompagnano ogni festa, paesana o cittadina che sia.
La fortuna di staccare la spina e tornare a casa non tocca però chi al centro ci abita sempre. Per questo suo “privilegio” ha un prezzo da pagare: infissi chiusi,  doppi vetri, aria condizionata, assenza di quiete e di tranquillità (dopo la mia esperienza giovanile ho fatto di tutto per trovarmi una casa decentrata e silenziosa). A fronte di quanti possono scegliere di divertirsi o di stare a casa lui non sceglie. Lui subisce, sopporta, si rode il fegato e si rintrona le orecchie con i decibel esagerati che attirano  i pendolari del divertimento.
A riprova di come il fenomeno possa essere vissuto sotto diverse prospettive  lo si è visto qui in città quando un partito politico ha deciso di decentrare il suo annuale festival spostandolo dal centro alla periferia. Ci mancava poco che il rione “prescelto” facesse le barricate contro i quindici giorni di giostre, girotondi, musiche, altoparlanti, stand gastronomici e acri odori di wurstel e salsicce.
Non credo ci siano soluzioni. Non si può sperare nell’autocontrollo specialmente  quando il gruppo diventa  branco. Non si può sperare nell’intervento delle forze dell’ordine, insufficienti e demotivate ad intervenire perché consapevoli di poter essere  irrise per la loro insufficienza numerica. Un’idea potrebbe essere il camper fisso del posto di polizia, ma evidentemente ci sono priorità più importanti.
A Bologna di notte  Piazza Verdi diventa terra di nessuno e chi ha tentato di reagire con secchiate d’acqua dai balconi si è trovato sfondato il portone del palazzo e  l'androne devastato.   La mattina a terra c’è un mare di bottiglie e di bicchieri rotti  mentre per molti clienti i servizi igienici durante la notte sono stati un optional a considerare lo stato dei muri e degli androni.
A Urbino ogni giovedi sera il centro città è nelle mani di migliaia di giovani che vi confluiscono anche dalle regioni vicine. E’ diventato un problema di ordine pubblico che le autorità tentano di arginare  disponendo tra l’altro il divieto di vendita per asporto di bottiglie in vetro e divieto di abbandono delle medesime, sanzionate con 450 euro di multa. Ai titolari di pubblici esercizi, attività commerciali in sede fissa e attività artigianali ubicati nel centro storico e nelle immediate adiacenze, è vietata la vendita per asporto di bevande in contenitori di vetro dopo le ore 20 e fino alla chiusura. Fonti amiche dei vertici delle forze dell’ordine mi hanno confermato  che si lascia correre, salvo i casi in cui lo scompiglio in centro assume proporzioni non più trascurabili, mentre gli urbinati doc fuggono verso le case di periferia.
A Roma c’è Piazza Santa Maria in Trastevere, uno degli angoli più belli di Roma, luogo cult della movida romana, invaso di notte da migliaia di giovani delle più svariate etnie che si divertono, ridono, urlano, bevono, si bucano. Non voglio immaginare cosa pensano i residenti.
Si potrebbe continuare con una carrellata infinita ma la cosa non consolerebbe i nostri Carletto ed Alice che dopo questi articoli dovranno continuare a convivere con il loro problema. Si potrebbe eccepire che la presenza di una Clinica dovrebbe rientrare automaticamente nella zona urbana protetta dai rumori, prevista per legge, ma c’è da chiedersi quale forte miopia programmatica abbia concesso  a suo tempo l’autorizzazione a costruire una clinica davanti alle Terme, centro nevralgico della cittadina.
Relativamente ai bar ed ai pub diventa sempre più difficile contemperare le esigenze dei gestori dei locali pubblici con il diritto alla quiete pubblica del rione dove i locali sono situati o, ancor peggio, con l’analogo diritto a vivere in pace di chi abita nelle immediate vicinanze degli esercizi pubblici.
Un esempio viene da Bologna dove  il Comune ha consentito una deroga all’orario di chiusura  solo se l’esercente sottoscrive un accordo con il Comune con il quale si impegna a svolgere attività di informazione e prevenzione sugli effetti dell’alcool anche mediante cartelli e distribuzione di materiale informativo e ad adottare misure idonee a garantire che l’afflusso dei clienti o soci con costituisca ostacolo al passaggio dei pedoni e al traffico veicolare.L’esercente si deve poi impegnare a vigilare affinché i clienti non consumino bevande all’esterno dei locali ed evitino comportamenti pregiudizievoli alla quiete pubblica e privata, all’igiene e alla pubblica decenza. Un ulteriore impegno prevede l’installazione di servizi igienici aggiuntivi. Il provvedimento non poteva che essere impugnato al TAR che comunque ha dato ragione al Comune perchè ha ritenuto che il contemperamento delle esigenze commerciali con quelle attinenti alla salute e alla quiete pubblica è previsto in generale dall’art. 50, comma 7, del D. Lgs. 267/2000 (orario di apertura disposto dai sindaci) e dagli artt. 11 e 12 del D. Lgs 114/98 per il commercio (orario di apertura determinato dagli esercenti in una fascia oraria massima) e discende dalla necessità che il libero svolgimento delle attività imprenditoriali (art. 41 cost.) trovi un limite nella tutela dei diritti che sono anch’essi costituzionalmente garantiti, come appunto il diritto alla salute dei residenti nelle vicinanze dei pubblici esercizi.
Il cerchio si chiude. Se si dovesse estendere anche ad altre città un tale principio, la possibilità che lo si possa far rispettare sarebbe limitata naturalmente ai gestori dei locali e non alle comitive che migrerebbero altrove. Ma un tale rigore, in un piccolo centro, non sarebbe inquinato da  interessi elettorali, rapporti amicali e asserite insufficienze di risorse umane?