giovedì 27 settembre 2012

IL BRACIERE E IL PRETE

Aldo Maturo



 Li si andava a cercare nel ripostiglio agli inizi di ottobre, quando le prime nebbie cominciavano ad ovattare Telese e la luce debole dell’inverno sfumava  sul  viale già ricoperto dalle foglie gialle dei platani. Si spostavano scatoloni, borsoni e legni accatastati per estrarli da quel disordine e rimetterli in uso, dopo averli spolverati e liberati dai ricami di qualche ragnatela. Solo a rivederli si pregustava già il tepore che avrebbero regalato durante le serate invernali.

Portati nel soggiorno, gli si faceva posto, quasi fossero ospiti d’onore, spostando sedie e tavolo per dare a loro lo spazio necessario.
Per prima si sistemava la base, una pedana circolare in legno a forma di ciambella, alta un palmo da terra, con il foro centrale dove si infilava il braciere. Con gli anni il legno di abete ingrigito testimoniava tutt’intorno l’impronta delle scarpe che avevano consumato più i bordi che la parte centrale. C’era il braciere bello, di rame ed  ottone lucido, con i risvolti  e i manici intarsiati, e  quello di ferro, annerito e cotto dal fuoco.  Sulla pedana, a protezione del braciere, si appoggiava l’asciugapanni a forma di cupola in legno o in giunco. A casa mia era in ferro, come una gabbia cilindrica a due facciate piane. Quella inferiore era aperta e copriva il braciere, mentre da quella superiore s’ irradiavano a stella i  listelli di ferro che poi scendevano  lungo i lati e, incrociando quelli orizzontali concentrici, formavano  una griglia a maglie larghe.
Quel tipo di asciugapanni  aveva una doppia funzione. Al mattino  poteva essere ricoperto da mutandine, fazzoletti ed altri panni appena lavati, messi lì ad asciugare al calore del braciere, con i calzini infilati nei vari riquadri. Nel pomeriggio, tolti i panni, si stendeva sopra una bella coperta di lana che cadeva giù fino a sfiorare la  pedana. Quando la famiglia era tutta in casa, e non si sceglieva il camino della cucina come punto di raccolta, si stava seduti intorno al braciere, con i piedi appoggiati sulla pedana  e la coperta poggiate sulle gambe. Più  era grande e lambiva la base di legno più contribuiva a non disperdere il dolce tepore. Nelle giornate più fredde, rientrati a casa,  si andava a cercare il braciere e si infilavano le mani sotto la coperta per riscaldarsi prima.
Il compito di ravvivare la brace con la paletta di ferro non era un compito da bambini.  Si alzava un lembo della coperta, si chinava la testa di lato  per guardare meglio e  si nterveniva con delicatezza, accostando a poco a poco la carbonella esterna, ancora spenta, a quella centrale, rossa di fuoco. Se si mescolava alla rinfusa, la carbonella nuova e la cenere soffocavano la brace  e bisognava riattizzarla con il ventaglio, di cartone o di penne di gallina. Lo si oscillava a mezz’altezza, senza guardare, con un movimento  del polso lento e continuo per evitare di sollevare cenere e scintille.



Le ore passavano così, nei lunghi inverni di quegli anni, quando in casa non c’erano i termosifoni e della Tv si fantasticava l’esistenza perché qualcuno l’aveva vista nei negozi delle grandi città o  in qualche film americano. Tutta la famiglia era raccolta vicino a questo simbolo, principale fonte di calore della casa e nessuno, salvo assoluta urgenza, si azzardava ad andare nelle altre camere senza essersi prima ben coperto.   Si rammentava, si leggeva il giornale, si parlava, si facevano solitari o lunghi pisolini con la testa poggiata su quel ripiano intiepidito. Io partecipavo al rito solo la sera perché, dopo aver giocato, me ne stavo in camera a studiare, una copertina sulle ginocchia e una piccola stufetta elettrica sotto al tavolino. Era a due spirali ma quando le accendevo tutte e due  puntualmente saltava la luce. Non esistevano i salvavita e mio padre ogni volta, a lume di  candela,  doveva scendere  fino al portone dove, borbottando, sostituiva  i fusibili nelle valvole di ceramica bianca poste sotto al contatore.  Si chiamavano valvole a  tabacchiera e per me era magico che il ripristino di un filino facesse tornare la luce.
Il suono del  campanello per l’improvviso arrivo di parenti o amici “a lunga permanenza” rimetteva in gioco le posizioni acquisite intorno al braciere e l’inserimento di altre sedie rompeva tutti gli equilibri. La coperta, suddivisa anche tra gambe a lei non familiari, sembrava sempre più corta e ogni tanto gli si dava una tiratina per coprire  una coscia rimasta scoperta e più infreddolita.
Il massimo della felicità era cenare intorno al braciere. La tavola per fare la pasta in casa era circolare e così la si  poggiava sull’asciugapanni che diventava la base su cui mettere la tovaglia, i piatti e i bicchieri mentre, data l’instabilità del telaio, le bottiglie ed altre pietanze  si poggiavano sul tavolo da pranzo rimasto inutilizzato.  Cenette semplici ed indimenticabili,  con amici o con parenti, che finivano quasi sempre a scopa o scopone, al sapore di  Strega o di Anice.


Il braciere al termine della serata non finiva la sua missione.  Poco prima di andare a letto si spostava la brace rimasta  nello scaldino, simile a un tegame bombato, e partiva l’operazione  “prete”. 
 
Il “prete” era uno strano oggetto di legno che ricordava un po’ lo slittino e serviva per riscaldare il letto e stemperare  le lenzuola. Era formato da quattro assicelle di legno, due superiori e due inferiori, inarcate e convergenti. Nella base, rivestita di lamierino, si poggiava lo scaldino con la carbonella ancora calda. Si sollevavano le lenzuola e le coperte, si infilava nel letto il “prete” con dentro lo scaldino, e si riappoggiavano il tutto su questo fantasioso telaio.  Dopo un pò si risollevavano le coperte piano piano per non disperdere il calore, si sfilava il prete e il beneficiato si rannicchiava fra le lenzuola  intiepidite, gustando il tepore di quel calore ben diverso dal gelo della stanza.   Sul cuscino  restavano fuori solo i capelli.

Il “prete”. Pare che si chiamasse così perché, con maligna allusione, era quella cosa che riscaldava il letto per il “tempo necessario”  ma senza restarci a “dormire”.
Serate  d’inverno di un passato lontano, fatte di un sano e naturale tepore, di odore di carbone acceso, di geloni, di castagne  sotto la cenere, di persone raccolte davanti a un braciere o a un camino, unite dal  calore del fuoco nel segno della   famiglia.
(da "Fotogrammi di memoria", Aldo Maturo, Ed.Nous, 2013)