venerdì 30 gennaio 2015

LE DONNE DI KOBANE


Kobane, `Stalingrado´ del Medio Oriente. Così analisti e giornalisti stranieri, entrati nella città siriana tenuta in mano fino a lunedì scorso dallo Stato islamico, descrivono il quadro di macerie che si sono trovati davanti. Tra loro, i primi a fare ingresso nella città-simbolo della battaglia sostenuta vittoriosamente per quattro mesi dalle forze curde sostenute dai raid alleati contro gli jihadisti sunniti sono stati i corrispondenti dell’agenzia France Presse. Kobane è un ammasso di edifici distrutti, scrivono i reporter, salutati dai vincitori con le dita della mano alzata in segno di «V» e con raffiche sparate in aria dai kalashnikov.(Afp)

 
Non sono un attivista e forse non lo sarò mai. Non sono nemmeno uno dei sostenitori della prima ora, eppure anche io mi sono innamorato di Kobane, delle donne di Kobane, le più belle del mondo. Belle di una bellezza nuova, rigenerata, scaturita come una fiamma dall’incontenibile gioia di ritornare per le strade della propria città, da donne libere.




La vittoria delle donne di Kobane è stata più bella: perché hanno lottato quanto e più degli uomini, e sono state protagoniste del loro destino e della loro vita. Prima schiacciate, allontanate a forza dalle loro case, costrette a vedere i loro conquistatori padroni nella loro città attraverso le fessure della rete metallica alzata sul confine, e poi libere, trionfatrici, sorridenti.

Le donne di Kobane sono le più belle del mondo, e in quelle foto di ieri, del loro trionfo, lo resteranno per sempre. Simboli di una lotta povera, del più debole contro il più forte, della giustizia e della libertà contro l’estremismo cieco e nero; l’urlo di dolore di una città, di una nazione, di un popolo rimasto inascoltato, e che da solo, non per miracolo ma per la forza di coloro che hanno resistito e combattuto, si è fatto largo tra le macerie e le strade abbandonate, tra i razzi, i proiettili, la morte. Il sorriso di quelle donne è un sorriso che sa di vita.



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