mercoledì 6 maggio 2015

UNA SINGOLARE FRONTIERA DEL MIO PAESE


"Le frontiere sono un’esigenza psichica ineliminabile, regolano la paura dello scambio, rassicurano e,  allo stesso tempo, pongono le premesse per essere violate. Mi gusto il sapore provocatorio di questo pensiero da un piccolo paese del sud: in epoca di globalizzazione, se vogliamo veramente favorire gli scambi, bisogna consolidare l’importanza delle frontiere."

Filomena Rita Di Mezza
 Filomena Rita Di Mezza - 6 maggio 2015
 Psicoterapeuta - Telese Terme


L’anima di un paese traccia geografie singolari, trasforma una mappa in territorio, ne svela ricchezze delicate…


Da diversi anni, nell’ andare e tornare dallo studio, attraverso una  singolare frontiera,  vigilata con zelo da un uomo di circa trent’anni, dall’aspetto e dalla sostanza di un bambinone. 
La sua postazione è  dietro la grata del cortile, in piedi, oppure seduto sulla panchina antistante l’abitazione. Col tempo, il rituale di passaggio si é caratterizzato in questo modo: d’estate, spostandomi  in bicicletta, ci scambiamo sei rapide battute, “ dove vai?” “ allo studio” e “dov’ è”? “ più avanti” “ ciao” “ ciao”.  

D’inverno, invece, passando la frontiera in auto, io mi limito ad alzare la mano in segno di saluto e C. fa altrettanto, entrambi complici di quel singolare legame che scandisce, delicatamente, un pezzo della quotidianità. 
Le frontiere sono un’esigenza psichica ineliminabile, regolano la paura dello scambio, rassicurano e,  allo stesso tempo, pongono le premesse per essere violate. Mi gusto il sapore provocatorio di questo pensiero da un piccolo paese del sud: in epoca di globalizzazione, se vogliamo veramente favorire gli scambi, bisogna consolidare l’importanza delle frontiere!


Qualche volta, accanto a C., ho visto seduta l’anziana madre, N., una esistenza originalmente composta e scomposta  tra energica vitalità, fatica e  imprecazioni, che mi ricorda certi ritratti cubisti di Picasso: realistici, crudi,  profondamente solidali con la  complessità dell’uomo, mai definitivamente pacificata in tutti noi. 

N. si era evidentemente accorta di quel rituale tra me e il figlio e quando passavo la vedevo seguire i nostri  scambi di saluto, rimanendo con la bocca sdentata semiaperta, forse stupita, incuriosita, ma senza riuscire a dir nulla. In effetti, avevo l’impressione che in alcuni giorni madre e figlio, oltre a  parlare tra loro, confabulassero ciascuno con se stesso, seduti fedelmente accanto, ma in orbite parallele. Altre volte, dal mio studio poco distante, sentivo N. che lanciava urla disperate e arrabbiate, per quel figlio che non trovava, ma che in realtà non si era mai mosso oltre cento metri dalla frontiera.


Ricordo un episodio accaduto qualche tempo fa: N,  usava andare di  domenica in Chiesa alla prima messa, forse, come molti di noi, per pregare il Signore misericordioso, per Grazia ricevuta,  per chiedere perdono, per essere amata. Quella mattina, ad un certo punto, si era alzata allarmata dal suo posto, nel primo scranno, diffondendo un’ imbarazzante distrazione nei fedeli concentrati sulla predica. Provando inutilmente a farsi intendere,  si era fiondata sui piccoli ceri davanti al Santo e aveva provato a realizzare qualcosa…spegnerli accenderli…, non si capiva bene, ma la faccenda sembrava avere per lei un’importanza tale da non poter essere rimandata. 

Ci vollero un paio di richiami eccessivamente compassionevoli di alcune donne e quello perentorio ed aulico del prete per indurla a sedersi. Ma N. restò con gli occhi accesi dalle fiammelle e, a messa finalmente finita,  la vidi spegnere ad uno ad uno quei ceri e con essi la propria agitazione. Mentre la gente usciva, notai che  borbottava qualcosa, sorridendo, ad un’ultima premurosa donnina, come per scusarsi, ma soddisfatta di aver  portato a compimento quel suo misterioso pensiero. Azzardai, già peccando di sarcasmo, che in cuor suo ci avesse voluto salvare tutti dalle fiamme: noi, lei e il Santo.


Qualche giorno fa, l’aria di Telese si era fatta già più intensamente sulfurea, come tipicamente accade con l’arrivo del caldo o in clima di elezioni, e stavo andando allo studio in bicicletta. Ho visto C. da solo. Ha sollevato la mano in segno di saluto, e non ho potuto non notare  che per la prima volta aveva sbagliato il nostro rituale. “Probabilmente non sta bene” ho pensato. 

Ero in ritardo, ma mi ero ripromessa di verificare che al ritorno tutto fosse tornato a posto. Così non è stato. Di sera l’ho visto in piedi, davanti alla sua abitazione. Aveva un berretto nero come quello di Corto maltese, l’avventuroso lupo di mare, mai fermo troppo a lungo in nessun porto. Sono abituata a percepire i dettagli importanti, spesso rappresentano la soglia di una trasformazione in atto. Forse, ho pensato, C.  comincia a sentirsi più adulto, un uomo pronto a varcare il confine dei cento metri dalla madre.


Non ho avuto il tempo di finire il mio pensiero che l’ho visto: il manifesto a lutto di N.  mi è pesato sull’anima come piombo. Mi sono limitata a ricambiare il saluto di C . alzando la mano, perché in effetti sentivo anche io, di nuovo, un freddo invernale.


Per ora non c’è più quella singolare frontiera.


Scrive Franco Arminio in Geografia commossa dell’Italia interna che se il luogo finale è la morte “fin quando siamo vivi è solo una questione di bordi, di orli, di confine” o, aggiungerei, …di frontiere.

 Ciao a N. e a C.