martedì 4 marzo 2014

CALIPARI, UN UOMO PER BENE


Il 4.3.2005, 9 anni fa,  Nicola Calipari, dirigente dei nostri Servizi Segreti, corre verso l’aeroporto di Baghdad dove un aereo lo attende sulla pista con i motori accesi. Deve riportare in Italia la giornalista Giuliana Sgrena, che ha appena fatto rilasciare dai terroristi iracheni dopo lunghe trattative. La Toyota Corolla corre nella notte sulla Irish Route quando viene illuminata dai fari di un chek-point americano. Non si ferma, seguono attimi di esitazione, troppi, dal blindato parte una pioggia di proiettili che centra l’auto. Cala un interminabile silenzio e ai soldati che si avvicinano con le armi spianate appare uno spettacolo di morte. A bordo non ci sono terroristi ma tre italiani. C’è Giuliana Sgrena, ferita insieme all’autista. Accanto a lei, ferito a morte, Nicola Calipari.  L’inchiesta accerterà che dal chek-point che sbarrava la strada per l’aeroporto aveva sparato Mario Lozano, 36 anni, soldato italo americano originario del Bronx, New York. L’auto di Calipari, secondo la versione americana, non si era fermata alle segnalazioni luminose fatte dai soldati, che quindi l’avevano scambiata per un’auto di terroristi-kamikaze. Incriminato in Italia per omicidio volontario, Lozano non è mai stato processato perché gli Stati Uniti hanno respinto la richiesta di estradizione.

 Aldo Maturo


Soldato Ryan,

scusami se ti chiamo così, ma non conosco il tuo nome ed ho pensato di dartene uno, uno diventato famoso in quell’altro mattatoio della storia chiamato Normandia.
Forse hai perso il conto, ma sono due anni che sei lì, anche se qualcuno ti aveva assicurato che sarebbe stata una guerra lampo. Quante volte a bordo del tuo gigantesco tank, sferragliando in quel truce teatro di distruzione e di morte, ti sono tornate in mente le tue verdi e sconfinate praterie o quelle squallide ma amichevoli periferie dove sei cresciuto? 


Quante volte hai ripensato al giorno in cui hai accettato di arruolarti, ammaliato dal mito della “lotta al terrorismo internazionale”, della nobile missione di “esportare la democrazia”, mentre in cuor tuo pensavi solo a quel mucchio di dollari che nel tuo paese mai avresti messo insieme in tempi così brevi?
Ora sei lì, da 735 interminabili giorni, impantanato in una lurida guerra senza fine, perennemente in allerta, con il dito sul grilletto in ogni ora del giorno e pochi secondi per pensare se premerlo o no. Se ti va bene, puoi vivere e guadagnarti una medaglia al valore, la Purple Heart, quella che Washington dà ai feriti. Se ti va male, torni a casa avvolto in una bandiera, com’è già successo ai tuoi amici Walter, John, Vanessa, Genevieve, Michael e mille altri ancora.
Ed è così che spari a qualunque cosa tu pensi possa esploderti addosso. Ti hanno detto di farlo, ti hanno detto che è un tuo diritto sparare ogni volta che ti senti minacciato, ogni volta che senti la tua vita in pericolo. Le “regole d’ ingaggio”, le chiamano.

E spari, spari, chissà quanti uomini sono morti e quanti altri ne moriranno, e quante altre donne, quanti bambini innocenti piangeranno i loro cari, colpevoli solo di essere nati in quella terra dove vissero i Sumeri - tra il Tigri e l’Eufrate - culla, mille e mille anni fa, della prima civiltà.
Hai sparato anche qualche giorno fa, ricordi sì, era il 4 marzo? Eri lì da ore, l’occhio nel mirino, il dito sul grilletto come sempre, in quel check-point sulla Irish Route, la maledetta strada dell’aeroporto. Hai sentito da lontano il rumore di un’auto, l’hai sentita avvicinarsi, hai visto i fari ingrandirsi poco a poco nel buio della notte e puntare verso di te. Questi mi fanno saltare in aria, hai pensato. Hai avuto paura, ti sei irrigidito e hai sparato, sparato, sparato, finché non hai visto l’auto fermarsi. Pochi secondi e nel silenzio di morte che è calato tra te e loro ti è venuto il dubbio che potevi aver sbagliato. E avevi sbagliato, perché avevi ucciso un innocente, un italiano per bene, e ferito chi era con lui, tutti colpevoli solo di voler scappare al più presto da quell’inferno.


Prima o poi qualcuno ci dirà perché è successo, forse ti processeranno, forse riconfermeranno che è stato un “cortocircuito informativo” tra noi e voi, ma la cosa non cambia.
È la guerra, la tua sporca guerra, soldato Ryan, una guerra costata finora, solo al tuo Paese, 160 miliardi di dollari. Sono tanti, sai, sono 4 miliardi di dollari al mese, 177 milioni di dollari al giorno, 122.820 dollari al minuto, più di 2000 dollari al secondo. Il tuo stipendio ogni due o tre secondi. Quello di un italiano medio, ogni secondo.
Una montagna di dollari destinati alla morte e sottratti alla vita.
Ora ti lascio, Ryan, qui da noi è Pasqua, giorno di pace, ma per te sarà un’altra Pasqua di guerra. Forse in queste ore sei di pattuglia, forse ti muovi “a grappolo”, “a copertura totale”, e non sai se arriverai vivo fino a stasera.
Però almeno oggi non sparare. Lo so, capisco il tuo dramma, dipende dalla fortuna. E allora buona fortuna e buona Pasqua anche a te.