venerdì 5 ottobre 2018

GERMANIA : ESSERE ITALIANI NELLA TERRA DI GOETHE


Se è azzardato dire che i tedeschi amano gli italiani è altrettanto vero che, in genere, non ne hanno una grossa stima. Ne apprezzano la spontaneità, l’allegria, la spensieratezza, la vitalità, la simpatia e l’estro artistico ma li considerano anche inaffidabili, ritardatari, imbroglioni, scansafatiche, mammoni e un po’ “mafiosi”. Non volevano neppure Mario Draghi perchè “Per gli italiani l’inflazione è come la salsa di pomodoro sulla pasta”. Insomma, essere italiano in Germania rappresenta un pessimo biglietto da visita.

 
 Aldo Maturo
 
Negli anni ’50 e ’60 in molti licei scientifici del nostro sud il tedesco era la lingua straniera più studiata. Sentivo spesso i miei amici ripetere parole interminabili, incomprensibili, foneticamente dure e aspirate come si sentiva solo nei film delle SS. A confronto, la dolcezza del mio greco riscattava tutte le sue difficoltà. Lo studio del tedesco era forse funzionale al fenomeno dell’emigrazione verso la Germania, che in quegli anni era caratterizzato da un grosso flusso migratorio verso la terra di Goethe.

Il Sud, allora più che oggi, era un serbatoio di disoccupati e in quegli anni oltre 4 milioni di italiani scelsero la Germania per partecipare alla ricostruzione di un Paese devastato dalla guerra. Erano considerati lavoratori “ospiti”, in soggiorno temporaneo in attesa di ritornare in Italia. La caduta del muro di Berlino (1989) creò le condizioni di nuovi posti di lavoro per ricostruire la parte est della città e si assistette così ad un’altra ondata di emigrazione verso la Germania da quei Paesi dove il tasso di disoccupazione continuava a restare altissimo. Attualmente vivono nella terra di Angela Merkel circa 650.000 italiani, la terza comunità straniera dopo quella polacca e rumena, ma è da dire che 200.000 di loro sono nati in Germania. Una forte presenza di italiani si ritrova a Stoccarda, Francoforte, Colonia, Monaco di Baviera. Più di 170.000 connazionali lavorano nelle grandi industrie come la Bosch, la Mercedes, la Lufthansa. Imperante per gli italiani è il mondo della ristorazione, con oltre 25.000 piccole imprese a conduzione familiare che hanno ristoranti, pizzerie, gelaterie etc. Sono proprio queste piccole attività che rappresentano la prima zattera di salvataggio per tanti italiani che sbarcano in Germania senza lavoro e senza particolari punti di riferimento.

"Pane e Cioccolata" con Nino Manfredi
La crisi economica che dal 2008 attanaglia l’Europa ha rilanciato la Germania come Terra Promessa e si è riproposta la necessità di conoscere il tedesco per lavorare nel Paese economicamente più forte d’Europa, grande partner economico dell’Italia. Ma questa volta il timone verso la Germania non lo puntano solo le classi dequalificate ma vi puntano giovani ingegneri, medici, esperti d’informatica, ricercatori, biochimici, gente altamente professionalizzata che lascia la terra dei limoni per entrare nel motore d’Europa. I nostri giovani, però, non devono farsi molte illusioni e devono sapere che in Germania dovranno scontrarsi con molti pregiudizi – non sempre gratuiti, a dire il vero - e riscattare altri luoghi comuni che da decenni penalizzano chi li ha preceduti. 
Secondo una ricerca fatta da Alessandra Simonti per il Ministero Affari Esteri, e per la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino, intitolata: “Come viene percepito l’Italiano residente in Germania dal tedesco medio?”, essere italiano in Germania rappresenta un pessimo biglietto da visita.
Vecchi stereotipi e pregiudizi hanno limitato negli anni passati l’inclusione dei vecchi emigrati nel contesto sociale e questo li ha portati a vivere generalmente in comunità chiuse che sono il maggior ostacolo ad una completa integrazione sociale. Per i ragazzi e i più giovani altro motivo di esclusione è stata la difficoltà d’inserimento scolastico dovuta alla lingua e alla severità degli studi. La scelta, così, spesso è caduta sulla frequenza di scuole che offrivano poche opportunità professionali o di carriera cui si aggiungevano scarsi stimoli da parte delle famiglie che, di fronte all’insuccesso scolastico dei figli, invece di stimolarli per superare le inevitabili difficoltà di apprendimento - spesso dovute anche al fatto che in famiglia si continuava a parlare soltanto la lingua italiana - preferivano avviarli a lavori scarsamente qualificati ma immediatamente remunerativi.
Gli scarsi risultati in campo scolastico creavano però un circolo vizioso perchè diventava difficile elevarsi da classi sociali medio basse ereditate dai genitori. Quando la famiglia di origine non riusciva ad integrarsi si chiudeva in in un guscio fatto solo di italiani. Questa condizione si ripercuoteva sui figli a livello scolastico tanto che riescivano a conseguire risultati modesti e poco qualificanti, quando non decidevano di abbandonare gli studi. La mancanza di titoli scolastici qualificanti li portava a dover fare soltanto lavori modesti e il circolo del disagio si chiudeva riportandoli a subire le stesse umiliazioni dei genitori.
Come è azzardato dire che i tedeschi amano gli italiani così è altrettanto vero che, in genere, non ne hanno una grossa stima. Ne apprezzano la spontaneità, l’allegria, la spensieratezza, la vitalità, la simpatia e l’estro artistico ma li considerano anche inaffidabili, ritardatari, imbroglioni, scansafatiche, mammoni e un po’ “mafiosi”. 

Non ci perdonano poi di urlare al ristorante e di gesticolare troppo. Insomma la maggioranza degli italiani non ha vita facile anche se la situazione varia da regione a regione, diventando ottimale a Berlino e molto meno soddisfacente in Baviera. L’isolamento sociale caratterizza anche altre comunità straniere (turchi, albanesi, balcanici) che, come le nostre, continuano a vivere nei propri spazi etnici, con propri negozi, propri spazi ricreativi, mantenendo rapporti solo con i propri connazionali.
La Merkel sta cercando di risolvere il problema perché l’immigrazione è benvoluta da un punto di vista macroeconomico, anche se non lo è da un punto di vista sociale. Resta comunque difficile recuperare il dislivello che caratterizza le due culture. Basti pensare che lo stesso Mario Draghi fu fortemente osteggiato da tutti i giornali tedeschi prima di essere nominato al vertice della Banca Centrale Europea perché il suo brillante curriculum era penalizzato da una sola voce: “nazionalità”. La sua provenienza italiana, Paese in pessime condizioni finanziarie, indisciplinato, con un alto debito pubblico ed un’evasione incontrollata, lo rendeva ai loro occhi inidoneo a guidare la BCE, perché “per gli italiani l’inflazione è come la salsa di pomodoro sulla pasta”.
L’Italia come patria dei vizi. È un’etichetta che ci portiamo dietro, insieme a tutti gli altri pregiudizi che ho elencato. Chi sta in Germania sa che è un conto giornaliero che gli abitanti d’oltralpe ci presentano e che rende molto difficile integrarci in una società rigida come la loro. La speranza è che la professionalità che caratterizza i nuovi flussi migratori possa contribuire a ridisegnare un profilo diverso del nostro Paese.