sabato 3 novembre 2012

BANDA DELLA UNO BIANCA : 7 ANNI DI TERRORE

Oltre 100 crimini e 24 omicidi tra Bologna, la Romagna e le Marche: la storia della banda che ha terrorizzato l'Italia negli anni '80.

Sette anni di terrore a Bologna e in Emilia Romagna, seguiti da lunghe e difficili indagini durante le quali per chiunque era quasi matematico essere fermati per un controllo se si viaggiava sotto le Due Torri a bordo di una Fiat Uno bianca. Sette anni di sangue, dal 1987 al 1994, con 105 crimini e 24 persone uccise, tra cui anche 5 carabinieri: Cataldo Stasi e Umberto Erriu nel 1988 e Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini, freddati nella strage del Pilastro del 1991. E' la pagina nera, intrisa di sangue, firmata dai 6 membri della Banda della Uno Bianca di cui facevano parte i tre fratelli Savi (Roberto, Fabio e Alberto), leader del gruppo armato, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Valicelli, considerato membro minore, che ha patteggiato tre anni e 8 mesi di carcere.
LA BANDA. La mente della banda era un poliziotto dagli occhi di ghiaccio, Roberto Savi, da Villa Verucchio (Rimini). Detto anche 'il corto della volante 4', era in servizio nella Questura di Bologna. Con lui c'erano i fratelli Fabio, il 'Rambo camionista', e Alberto, poliziotto a Rimini, più altri tre colleghi: Marino Occhipinti, in forza alla Squadra mobile di Bologna, Pietro Gugliotta, operatore radio in Questura, e Luca Vallicelli, della Polstrada di Cesena, che partecipò solo alle prime rapine.

LE TAPPE. Il tour dell'orrore cominciò il 19 giugno 1987 con una rapina al casello A14 di Pesaro. Ne seguirono altre per mesi, sempre ai caselli. Ma il 30 gennaio 1988 la banda alzò il tiro e in una rapina alla Coop di Rimini arrivò la prima vittima, la guardia giurata Giampiero Picello. Il 19 febbraio dello stesso anno i killer fecero il bis, uccidendo a Casalecchio di Reno (Bologna) il vigilante Carlo Beccari.

LE ALTRE VITTIME. Molte le 'vittime innocenti' della banda: il 20 aprile 1988 morirono a Castel Maggiore, nell'hinterland bolognese, due carabinieri in perlustrazione; il 15 gennaio 1990 decine di persone rimasero ferite da una bomba esplosa all'ufficio postale di via Mazzini, alla prima periferia di Bologna; il 23 dicembre la banda prese di mira un campo nomadi in via Gobetti, nel capoluogo, uccidendo due persone. Quattro giorni dopo altre due vittime durante una rapina a un distributore di carburante a Castel Maggiore. Ma uno dei momenti più tragici fu il 4 gennaio 1991, quando al quartiere Pilastro furono freddati tre carabinieri. Il 2 maggio toccò ai titolari di un'armeria in via Volturno, mentre il 18 agosto a San Mauro Mare, nel Cesenate, due senegalesi morirono solo per un gesto di stizza dopo un sorpasso. 24 maggio 1994: viene ucciso il direttore della cassa di risparmio di Pesaro, Ubaldo Paci. Stava aprendo la filiale alle otto meno un quarto di mattina.
 Il 21 ottobre 1994, due persone furono ferite alla Banca nazionale dell'agricoltura di Bologna.

L'ESPERIENZA NELLE FORZE DELL'ORDINE. Le indagini furono da subito difficoltose. I killer della Uno bianca, forti dell'esperienza nelle Forze dell'ordine, sapevano alla perfezione come agire e soprattutto come fuggire. Avevano dimestichezza con le armi, riuscivano ad evitare i posti di blocco, i controlli, possedevano informazioni riservate e studiavano i piani di sorveglianza dei loro obiettivi per poi agire con azioni, di fatto, militari. Da professionisti. Questa caratteristica, che consentì loro di agire indisturbati per 7 anni, è stata però anche l'elemento che ha permesso agli inquirenti di incastrarli e arrestarli.

LA SVOLTA NELLE INDAGINI. Non a caso furono due poliziotti della Questura di Rimini, Luciano Baglioni e Pietro Costanza, a dare l'attesa svolta alle indagini e a capire, per primi, che i killer senza volto potevano essere loro colleghi. Furono loro, insieme al giudice Daniele Paci, infatti, i primi a mettersi sulle tracce dei fratelli Savi. Sul caso indagarono senza successo la Criminalpol di Bologna e i carabinieri, ma le piste seguite, compresa quella mafiosa, si rivelarono tutte sbagliate. I due agenti riminesi, invece, misero insieme gli indizi, occupandosi del caso a tempo pieno e comprando addirittura un computer di tasca loro per condurre l'indagine dello Stato sullo Stato.

"NESSUNO CI HA PROTETTO". "Quando abbiamo scoperto che Roberto Savi era un poliziotto abbiamo avuto paura, per noi e per le nostre famiglie; nessuno ci ha mai protetto. Poi ci hanno passato al setaccio. Se avessero scoperto una falla, ci avrebbero arrestato", hanno raccontato Baglioni e Costanza in un'intervista del 1997 a Famiglia cristiana. Denunciando la mancanza di coordinamento tra gli inquirenti che si erano occupati del caso prima di loro, Baglioni e Costanza spiegarano che "era possibile arrivare ai Savi molto prima". Il loro nome, dicevano i due agenti, compariva "in diversi rapporti e segnalazioni", ma "nessuno li ha mai messi assieme e fatto accertamenti". "La verità è che la Procura di Bologna seguiva la pista del clan dei catanesi e poi quella della quinta mafia del Pilastro, questa era la vera copertura dei Savi. E' il metodo che e' sbagliato: non si deve lavorare per incastrare qualcuno ma per cercare di tenerlo fuori. Se non ci si riesce, vuol dire che è dentro", concludevano l'intervista.

FUORI DAL CARCERE. Oggi non solo Valicelli è fuori dal carcere, ma anche Gugliotta non è più in prigione: condannato a 28 anni di reclusione, poi ridotti a 18, è uscito nel 2008 grazie all'indulto e ai benefici per buona condotta previsti della legge. Stessa sorte, a quasi 30 anni dai fatti, tocca ora a Marino Occhipinti, l'ex agente della Questura di Bologna che lunedì 9 gennaio ha ottenuto dal Tribunale di sorveglianza di Venezia il via libera alla sua richiesta di semilibertà. Occhipinti fu condannato all'ergastolo per l'omicidio della guardia giurata Carlo Beccari, compiuto durante un assalto a un furgone portavalori davanti alla Coop di Casalecchio (Bologna) il 19 febbraio 1988.

I FRATELLI SAVI. E i tre fratelli Savi, condannati all'ergastolo, anche dal carcere hanno continuato in questi anni a far parlare di sé. Sdegno e incredulità investirono l'associazione dei parenti delle vittime quando, nell'agosto del 2006, Roberto Savi presentò la richiesta di grazia al Tribunale di Bologna, ritirata pochi giorni dopo dallo stesso detenuto in seguito al parere sfavorevole della magistratura. Tra le notizie dal carcere dei banditi ci sono stata anche quelle dello sciopero della fame intrapreso da Fabio Savi, che chiedeva di poter lavorare, e la richiesta di Alberto Savi di essere scarcerato.
(da TG1 online – 9.1.2012)