domenica 15 giugno 2014

QUANDO SULLE CARRETTE DEL MARE C'ERAVAMO NOI


Bellissimo articolo di Gian Antonio Stella, giornalista e scrittore, che dopo 11 anni è ancora attualissimo perché parla dei milioni di italiani che sono stati inghiottiti dall’oceano, inseguendo il sogno americano. Un secolo fa i nostri emigranti erano vittime di armatori senza scrupoli come i naufraghi nordafricani che oggi muoiono nel Mediterraneo. Il libro “Merica Merica” di Emilio Franzina, straordinaria antologia di lettere dei nostri emigranti, è gonfio di questo spavento per il mare, la vastità incontenibile del mare, la devastante violenza del mare. 

di Gian Antonio Stella da "Corriere della Sera" del  26 ottobre 2003




«Non trovo parole adeguate per descriverle per l'intero lo sconvolgimento del Piroscafo, i pianti, i rosari e le bestemmie di coloro che hanno intrapreso il viaggio involontariamente, in tempo di burrasca. Le onde spaventose s'innalzano verso il cielo, e poi formano valli profonde, il vapore è combattuto da poppa a prua, e battuto dai fianchi.


Non le descriverò gli spasimi, i vomiti e le contorsioni dei poveri passeggieri non assuefatti a cosi tali complimenti. Tralascio dirle dei casi di morte, che in media ne muoiono 5 o 6 per 100, e pregare il Supremo Iddio che non si sviluppino malattie contagiose, che allora non si può dire come andrà».

Nella lettera di Francesco Costantin, di Biadene, Treviso, spedita a casa dal Sudamerica nel 1889, c'è tutto il terrore che un contadino della Val Padana o degli Appennini abruzzesi o lucani poteva provare solcando quell' Atlantico che separava la spaventosa miseria italiana dal grande sogno americano.

Il libro “Merica Merica” di Emilio Franzina, straordinaria antologia di lettere dei nostri emigranti, è gonfio di questo spavento per il mare, la vastità incontenibile del mare, la devastante violenza del mare.

«Il viaggio è stato molto pesante tanto che per mio consiglio non incontrerebbe tali tribulazioni neppur il mio cane che ho lasciato in Italia», scrive Bortolo Rosolen, partito da Pieve di Soligo per il Brasile. Un calvario destinato a diventare ancora più crudele dopo lo sbarco: «Piangendo li descriverò che dopo pochi giorni si ammalò tutti i miei figli e anche le donne. Noi che abbiamo condotto undici figli nell'America ora siamo rimasti con cinque, e gli altri li abbiamo perduti».

E gonfi di spavento per il mare sono gli ex voto sparsi per le chiese e i santuari. Come quello di Antonino Carlo Magnano, che ringrazia la Madonna per essere scampato a un naufragio il 4 luglio 1898. Quale? Stavolta lo sappiamo: quello de "La Bourgogne", un vapore francese partito da Le Havre e affondato al largo della Nuova Scozia dopo una collisione con un veliero inglese. Furono 549, i morti. Tra i quali, con ogni probabilità, molti italiani. Partiti a decine di migliaia da Le Havre, a cavallo tra Ottocento e Novecento, e troppo spesso inghiottiti dall' Oceano in tragedie spaventose delle quali praticamente non resta traccia neppure nei migliori archivi dei giornali italiani come il nostro del Corriere.

Furono tanti i naufragi che videro coinvolti gli italiani. Compreso quello del "Titanic", nel quale morì, per fare un solo esempio, un certo Abele Rigozzi che era partito dall'Aquila. E furono tanti i naufragi di navi italiane, spesso fatte partire da armatori senza scrupoli. Come il "Principessa Mafalda", che nel 1927 era ancora la nave ammiraglia della nostra Marina commerciale ma dopo avere scaricato in America del Sud migliaia e migliaia di poveretti in un via-vai incessante sulla rotta per Buenos Aires era ormai acciaccata. Le macchine non marciavano a dovere, quell'11 ottobre in cui, in ritardo proprio per il tentativo dei meccanici di sistemare i problemi, la nave partì da Genova. E dopo tre giorni si inoltrò nell' Atlantico nonostante i motori nel Mediterraneo si fossero fermati otto volte. A Dakar, nuova sosta e nuove riparazioni, decisero di andare avanti lo stesso.

Con la nave così piegata di lato «che i bicchieri si rovesciavano sui tavoli». Dio protesse quei poveretti fino alle coste brasiliane. Poi li abbandonò. Era il 25 ottobre. L' asse porta-elica di sinistra si sfilò, la nave cominciò a imbarcare acqua, si scatenò il panico. Il capitano cercò per ore di mettere ordine nell'evacuazione, revolver alla mano. Ma i passeggeri terrorizzati erano troppi, le scialuppe troppo poche. E tra le acque arrivarono subito sciami di squali bianchi. Morirono in 385. Ma il numero finì tre giorni dopo in un titolino in neretto corpo 7 a una colonna. I giornali di allora preferivano dare spazio alla retorica del comandante eroe che aveva voluto affondare con la nave. Che gli importava, di quei poveracci che fuggivano da un' Italia che non aveva pane per loro? Più spaventosa ancora, vent' anni prima, era stata la tragedia del "Sirio", un vapore partito da Genova verso il Sudamerica. A bordo, dice la struggente canzone composta sulla catastrofe, «cantar si sentivano / tutti alegri del suo destin».

Era il 4 agosto del 1906, il tempo era buono, il mare piatto, quando la nave si schiantò su uno scoglio a tre metri di profondità. I danni erano gravissimi ma l' affondamento totale sarebbe avvenuto solo 16 giorni dopo. Avrebbero potuto salvarsi tutti. Ma l'evacuazione fu così caotica e disperata che alla fine il bilancio, stilato dai Lloyd's, fu apocalittico: 292 morti. In realtà, pare che le vittime siano state ancora di più: tra le 440 e le 500.

Per il "Sirio" e la "Principessa Mafalda" sì, ci fu una qualche attenzione: erano troppo grandi, quelle tragedie, per ignorarle. Ma tutta la nostra storia di emigranti è piena di naufragi che, come quelli che viviamo ai nostri giorni nel canale di Sicilia e che di rado finiscono sui giornali dei Paesi arabi o africani, sono stati rimossi.

Come quello della "Ortigia", cozzata il 24 novembre 1880 davanti alle coste argentine de la Plata con il mercantile "Long Joseph" e affondata con 249 poveretti. O del "Sudamerica", che si inabissò nelle stesse acque nel gennaio 1888 con un carico di 80 anime.

Lutti collettivi elaborati da migliaia di famiglie in silenzio. Senza che lo Stato, la politica, i giornali, la scuola, si facessero mai carico di piangere insieme tutta quella umanità inghiottita dalle acque. Eppure le vittime dei naufragi sono solo una parte dei morti che hanno segnato il grande esodo dall' Italia.

Più ancora, infatti, furono i poveretti che perirono sulle navi per le condizioni igieniche in cui si viaggiava. Basti ricordare quanto scriveva nel 1908 T. Rosati in “L' assistenza sanitaria degli emigrati e dei marinai”: «L' emigrante si sdraia vestito e calzato sul letto, ne fa deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciano orine e feci, i più vi vomitano: tutti, in una maniera o nell' altra, l' hanno ridotto dopo qualche giorno a una cuccia da cane. A viaggio compiuto, quando non lo si cambia, ciò che accade spesso, è lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere un nuovo partente».

O leggere gli agghiaccianti rapporti dei medici di bordo raccolti da Augusta Molinari nel suo “Le navi di Lazzaro”. Come quello del "White Star Line" da Napoli a New York nel maggio 1905: «La temperatura non è il solo fattore che rende nei dormitori l' atmosfera irrespirabile. Vi concorre il vapore acqueo e l' acido carbonico della respirazione, i prodotti volatili che svolgono dalla secrezione dei corpi, dagli indumenti dei bambini e degli adulti, che per tema o per pigrizia non esitano a emettere urine e feci negli angoli del locale. La puzza è tale che il personale di bordo si rifiuta spesso di entrare per lavare i pavimenti».

Furono centinaia i morti di colera tra i 1.333 passeggeri della "Matteo Bruzzo", respinta a cannonate dalle autorità uruguayane e costretta a smaltir l' epidemia girando per i mari dove via via sversavano i cadaveri, decine (20 solo durante una sosta ad Aden per un guasto) quelli del veliero "India" diretto nel 1880 verso la Nuova Guinea e l' Australia, dove sarebbe arrivato dopo 366 giorni di viaggio, 34 per la fame sul "Carlo Raggio" nel 1888 e altri 206 sei anni dopo per il dopo per il colera e il morbillo, 96 per la difterite nel 1893 sul piroscafo "Remo", 27 per asfissia nel 1889 sul "Frisia", 32 lo stesso anno sul "Giava" per avvelenamento da cibi guasti...

Furono un' ecatombe, i viaggi dei nostri vecchi. Della quale fecero le spese, come scrisse il medico di bordo del "Sudamerica" della Anchor Line, soprattutto i più piccoli: «Il maggior numero di decessi è sempre dato da bambini e più da quelli di età inferiore a cinque anni. Sono le piccole vittime che cadono per via nel fenomeno migratorio. L'impotenza di resistere ai disagi cui i teneri organi sono sottoposti.

L'aumento dei morti nei viaggi di andata fu determinato da una maggior frequenza nei bambini dell' infermità dell' apparato respiratorio, essendovi 30 decessi per bronchite e polmonite. Delle forme morbose furono con frequenza mortali tra i bambini anche l' enterite acuta, 17 decessi, e la meningite, 10 decessi...». Cinquantasette bambini, in un solo viaggio.

Il «Principessa Mafalda» nel 1927, nonostante le condizioni disastrose, era ancora la nave ammiraglia della nostra Marina commerciale. Il 25 ottobre dello stesso anno davanti alle coste brasiliane, dopo numerose avarie, la nave cominciò a imbarcare acqua. Nel naufragio morirono 385 persone. ma i giornali preferirono parlare soltanto del comandante, eroe che aveva voluto affondare con la nave.

 (foto riprese dalla rete internet)