giovedì 30 maggio 2013

PERCHE' I MILITARI NON FANNO UN COLPO DI STATO

 
Sono in molti a sentire nella vita politica italiana l’odore, o meglio la puzza, del colpo di Stato. Tra casi di corruzione, forzature istituzionali, misure economiche inadeguate e confuse risposte dei partiti, tutto sembra preludere a un colpo di Stato. Se un generale andasse in tv a proclamare la legge marziale, gli italiani cambierebbero canale.

 
Stralci liberamente tratti da un articolo del Gen.Fabio Mini * su “Limes”, rivista italiana di geopolitica, n. 4 maggio 2013.


 
“Da almeno trent'anni non si sentiva l'accorato appello ai militari: «Ma perché non lo fate voi un bel colpo di Stato, che così azzeriamo tutto e ripartiamo da capo». Trent'anni fa i militari in genere rispondevano: «Noi non facciamo colpi di Stato. Siamo fedeli alla costituzione, siamo sopra le parti, siamo sottomessi al potere politico, siamo Forze armate democratiche». Sapevano di non essere convincenti, ma percepivano il tranello. Chi li invitava al colpo di Stato voleva sentirsi dire che non l'avrebbero mai fatto. Ed era vero, ma non per i motivi che venivano dichiarati.”(…)


“Trent'anni fa c'erano quasi trecentomila uomini alle armi, i carabinieri erano la prima arma dell'Esercito, e i compiti di polizia militare erano di pari importanza a quelli di polizia territoriale. (…) Ogni fetta di territorio italiano, tra comandi dell'Esercito e dei carabinieri aveva un comandante militare che rispondeva direttamente al vertice militare e politico.(…)  I servizi segreti si alimentavano dalle Forze armate e gli ufficiali «I» dei battaglioni e reggimenti erano altrettante emanazioni sul territorio dell'occhio vigile dello Stato. (…)

(…) “Nel 1982 l'Esercito di leva obbligatoria mandò i suoi soldati in Libano, con gli elmetti e i mezzi da combattimento verniciati di bianco tanto per essere sicuri che i cecchini non li mancassero. Fu un successo. Nel 1991 una brigata doveva andare nella guerra del Golfo: era già pronta e addestrata, poi un ministro, cadendo dalle nuvole, disse che non sapeva che i soldati fossero di leva e non se ne fece niente. Andarono soltanto un pugno di forze speciali e dieci aerei Tornado di cui uno non tornò affatto. Nel 1992 dovemmo mandare i nostri contingenti in Somalia. Dovevano essere tutti volontari. Era una pura idiozia che copriva l'ipocrisia di una classe politica incapace di assumersi le proprie responsabilità”. (...)




 (….) “trent'anni fa i soldati erano classificati in affidabili e non affidabili in relazione all'orientamento politico. Ma poi la notte, quando suonava l'allarme e bisognava prepararsi in mezz'ora e uscire dalla caserma in assetto di guerra, c'erano tutti.

Si facevano tre tipi di esercitazioni d'allarme: di difesa, d'intervento per pubbliche calamità e per emergenza interna. (…) La differenza era nello scopo e nel piano d'attuazione che in genere era noto nei dettagli soltanto a pochi ufficiali e comandanti. Trent'anni fa l'emergenza interna per disordini o sovvertimenti istituzionali prevedeva lo schieramento delle unità operative in zone predisposte mentre un centinaio di nuclei di collegamento formati da ufficiali armati si presentavano ai prefetti e, a seconda della situazione, o si mettevano a disposizione o comunicavano l'assunzione dei poteri civili da parte dell'autorità militare.

Legalmente era l'intervento a salvaguardia dello Stato, tecnicamente era simile a un colpo di Stato. Per i soldati e gli ufficiali era uno dei tanti esercizi di prontezza operativa. Nessuno spiegava ai soldati la situazione da affrontare e come si fosse arrivati a tale misura. Nessuno discuteva, nessuno sapeva se la decisione fosse stata presa dal governo o dall'amica del generale o del presidente, se la Cia fosse stata avvertita, se l'ambasciata americana fosse d'accordo e quali condizioni avesse dettato Kissinger. Nessuno sapeva se gli altri capi di Stato maggiore fossero parte del piano e se qualcuno fosse già andato in Spagna a trovare Skorzeny per consigli sul da farsi, o se Gladio fosse della partita”. (...)




 (…) “Intere unità si spostavano da una parte all'altra del paese, si presidiavano i punti nevralgici della rete elettrica, della produzione e delle comunicazioni. Ad ogni emergenza si prendevano armi e bagagli e si partiva. Si sapeva soltanto che durante la notte un messaggio cifrato in codice Manfredi aveva buttato giù dal letto l'ufficiale I del reggimento. Il messaggio decifrato era altrettanto sibillino: attuare piano X, stato Y, misura Z. Poi i comandanti aprivano le casseforti, rompevano i sigilli ad altrettante buste ed eseguivano gli ordini contenuti. Era una sorta di rito religioso. Bisognava fare attenzione a prendere le buste giuste. Una manomissione della busta sbagliata comportava guai infiniti”. (...)



Il generale guarda anche al presente e azzarda qualche previsione sul futuro.



(…)  “Le occasioni e le capacità tecniche per una dimostrazione di forza non mancherebbero. Con le operazioni di difesa dei punti sensibili come quella denominata Testuggine ogni reparto militare ha una conoscenza diretta dei punti vulnerabili del proprio territorio. Ogni giorno il cambio della guardia al Quirinale e la turnazione dei servizi di guardia alle ambasciate affidati all'Esercito mobilitano per Roma centinaia di mezzi militari. La parata del 2 giugno mobilita migliaia di soldati e mezzi di ogni tipo. La festa dell'Arma dei carabinieri raccoglie tutte le più importanti cariche dello Stato che volontariamente si ficcano nel recinto di piazza di Siena. I soldati sono addestrati più ai posti di blocco e al cordon and search che all'assalto contro una posizione nemica. Un reparto ben addestrato potrebbe facilmente isolare e perquisire un intero quartiere. Ma non è detto che i punti sensibili conosciuti coincidano con quelli d'importanza strategica ai fini di un colpo di Stato” (…)



 (…)“non è detto neppure che ci siano comandanti disposti ad assumere la responsabilità di tali operazioni. Non perché siano tutti convinti guardiani della costituzione, ma perché molti sarebbero incerti dell'esito e diffidenti gli uni degli altri. Perché, per quanto autorevoli, non ci sono capi credibili per un'azione di forza, né leader carismatici in grado di coagulare un nucleo sia pur ristretto di gente capace. Perché nessun militare oggi saprebbe cosa fare appena assunto il potere militare anche in una forma semilegale di emergenza. Nessuno possiede le conoscenze per esercitare i poteri civili e nessun civile di buon senso si affiderebbe a un militare. (...) Ci sarebbero però tre casi possibili per un intervento delle Forze armate: la risposta a un tentativo di golpe, un contro-golpe e un auto-golpe. In tutti questi casi le Forze armate dovrebbero essere chiamate da un'autorità legittima a intervenire e assumere l'onere dell'ordine pubblico e di alcuni servizi essenziali come i tribunali speciali, i campi di confino o le epurazioni.



Ma ognuno di questi casi comporta il forte rischio di guerra civile e deve avere una preparazione di base che nessuno ha finora ricevuto. Ad ogni modo, per un colpo di Stato militare di qualsiasi tipo nell'attuale situazione italiana è forse troppo tardi. Forse altri ci hanno già pensato senza scomodare i fucili. Sono in troppi a sentirne la puzza e il colpo di Stato è come la scorreggia: quando senti la puzza è già fatta e chi la sente per primo è chi l'ha fatta”.


 * Il Generale di Corpo d'Armata Fabio Mini è stato Capo di Stato maggiore del Comando NATO per il Sud Europa e a partire dal gennaio 2001 ha guidato il Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani. Dall'ottobre 2002 all'ottobre 2003 è stato comandante delle operazioni di pace in Kosovo a guida NATO, nell'ambito della missione KFOR. (Wikipedia)