giovedì 28 aprile 2016

UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA

Aldo Maturo
17.7.2011
       
Grotta di Monte Cigno – Cusano Mutri – 3 settembre 1968  

Gino Taccogna, Aldo Maturo, Gabriele Fasano e Celestino Rubino



Quella notte nessuno di noi dormì, in attesa del grande giorno. Da una settimana stavamo preparando la grande esplorazione  trascinati dai racconti di Gino Taccogna, scapolo impenitente, titolare di un negozio di articoli ed impianti elettrici ma coinvolto a tempo pieno in mille hobby che costringevano i suoi clienti ad attese di giorni e giorni per averlo come elettricista.

Il  suo negozio al quadrivio, dove ora c’è una libreria, era il nostro punto di ritrovo e un giorno Gino ci aveva raccontato di aver visto delle grotte meravigliose più belle di quelle di Castellana. Affascinati dall’avventura, avevamo deciso di accettare il suo invito per condividere con lui una visita a quelle grotte. La cosa doveva restare ammantata da un patto di segretezza e di mistero e così, come carbonari,ci munimmo di quanto ritenevamo necessario: un casco, una tuta, poche corde e alcune torce. Il coraggio e la follia facevano già parte del nostro bagaglio giovanile.

La mattina, senza che alcuno di noi avesse avvertito i propri genitori sulla destinazione della spedizione, partimmo con direzione Cusano Mutri. Nella mia vecchia 600 c’ero io, Gabriele Fasano e Gino Viola. Con Gino Taccogna, nella sua vecchia Renault 4 di colore indefinito, c’erano Celestino Rubino e Guido Vivenzio.

Lasciataci Cerreto alle spalle, dopo alcuni tornanti entrammo nella valle del Titerno, bella, romantica, affossata fra il Mutria, il Monte Cigno e la catena del monte Erbano, già sede, si diceva, di un gran lago.

Ad un certo punto Gino Taccogna accostò in uno slargo e io mi accodai dietro di lui, alla meglio. Scendemmo, inebriati dalla frizzante aria del  mattino ed affascinati dallo spettacolo che dall’alto del ponte si vedeva tanti metri più giù, dove la limpida acqua del Titerno, con il suo scorrere perenne, aveva roso la roccia scavandosi il percorso verso valle fra  massi, cascate e cespugli.

  Indossammo le tute, prendemmo la nostra roba e seguimmo Gino Taccagna che si avviò verso la cima del monte con l’agilità di uno scoiattolo. La scalata, ripidissima, veniva interrotta ogni tanto dalle battute e dalle imprecazioni  di Celestino e di Gabriele Fasano, oltre che mie, poco avvezzi ad inerpicarci in percorsi da stambecco e già pentiti dell’avventura.

  Finalmente raggiungemmo Gino, che era giunto alla meta e dall’alto ci osservava con aria sorniona mentre arrancavamo verso di lui abbrancandoci agli sterpi.

Da quell’altezza si spaziava liberamente godendo di un panorama favoloso, reso più splendido da un cielo terso costellato da batuffoli di nuvole. Gino Taccogna ci richiamò alla realtà e noi ci guardammo intorno per vedere l’antro.

Fu grande lo sconcerto quando  ci indicò un anfratto nella roccia, coperto dai rovi. “Si entra da lì” ci disse ammiccando. Ci guardammo increduli, tutti avremmo voluto tornare indietro, tutti lo pensammo, nessuno lo disse tranne i nostri occhi.

Gino Taccogna allargò i rovi e strisciando a terra come una lucertola si infilò in quel buco a forma piramidale, largo poco più di mezzo metro. Lo seguimmo in fila, uno dietro l’altro, senza fretta e senza spingere, chiedendo ogni volta a chi scompariva dai nostri occhi “ Oh, come va?”, quasi a tranquillizzare il cuore che accelerava i battiti in attesa di terminare quel budello.

  Procedemmo carponi per alcuni metri avanzando con gli avambracci, zigzagando e scivolando sulla pancia,  con la torcia fra i denti  perchè le mani servivano a far leva sul terreno per tirarsi avanti.

  All’improvviso entrammo nella prima grotta, grande ma tanto bassa che si riusciva a stare solo seduti.  Guardammo quello strato di fango, mentre i fasci delle torce si incrociavano alla ricerca di particolari di cui ci sfuggiva la bellezza. Gino ci preparò alla seconda fase. Ci fece legare con una corda l’uno agli altri e ci precedette in un foro a mezza parete donde, sempre scivolando come in un percorso di guerra, saremmo giunti ad un’altra grotta.

Il passaggio, attraverso quel by-pass buio e informe, fu interrotto dalle imprecazioni (eufemismo) di Gino Viola, leggermente sovrappeso, che a un certo punto restò incastrato nel cunicolo e non riusciva a procedere né ad indietreggiare, cosa che, pur volendo,non avrebbe potuto fare  perché dietro c’eravamo noi in cordata orizzontale.

Avremmo dovuto piangere, invece ridemmo, ridemmo quanto era possibile farlo pur stando al buio,col fango fino alle labbra, la torcia a sigaretta, l’incoscienza dei folli.

Finalmente, spingendo, tirando e scivolando sul fango sbloccammo Gino ed entrammo nella seconda grotta. Era immensa, gigantesca, bellissima, piena di stalattiti e stalagmiti. Ce la godemmo tutta, facendoci anche una foto ricordo, mentre decine di pipistrelli svolazzavano sul soffitto, impazziti e disturbati dai nostri fasci di luce.

Dopo una breve sosta riprendemmo l’esplorazione camminando ad altezza d’uomo  fino a sbucare su una roccia melmosa rimasta incastonata come un megagranello di sabbia nella spaccatura di due pareti, di altezza non compatibile con i nostri piccoli fasci di luce.

Spazzolando i dintorni con le torce, rischiarammo sotto di noi, giù in fondo, un lago bellissimo, con una acqua che ci parve verde smeraldo, immenso ed incastonato nelle rocce a strapiombo.

Finalmente il team decise di far rientro alla base e così ripercorremmo a ritroso tutto il percorso. Questa volta Gino Viola, forse già  smagrito dall’avventura, riuscì a passare nel solito cunicolo senza “incepparsi”.

Il ritorno alla luce del sole fu una delle sensazioni più belle che io abbia mai  vissuto. Quando anche l’ultimo lasciò alle spalle l’anfratto facendosi largo fra i rovi, scoppiammo a ridere, a congratularci con noi stessi, a darci delle gran paccate fino a festeggiare l’evento con una foto ricordo. La scattammo con la mia inseparabile macchinetta fotografica, una Comet II che, a guardare i risultati, fece miracoli  ridotta com’era a un grumo di fanghiglia.
Gino Viola, Aldo Maturo,Celestino Rubino, Guido Vivenzio,Gabriele Fasano
Gabriele Fasano, recuperata la saggezza prima degli altri, ricordò a tutti noi – che non volevamo confessarlo  pur avendolo pensato - che se fosse successo qualcosa non ci avrebbero mai ritrovato. Sei ragazzi sarebbero stati dati per scomparsi nel nulla, nessuno ci avrebbe cercato lassù e comunque mai in quel foro d’ingresso da tana di volpe. E per sempre sarebbe rimasto il mistero di due macchine vuote, ai margini della strada in un giorno d’autunno.

Con la gioia per lo scampato pericolo, la discesa verso le auto fu fatta in pochi minuti, quasi tutta col fondo schiena, insensibili alle spine, ai rovi, agli spuntoni di roccia, alla fame, orgogliosi per l’avventura ma ancor più felici per essere ritornati alla luce, dopo aver trascorso otto ore nella pancia del Monte Cigno. Erano le quattro, le quattro di un favoloso pomeriggio di un indimenticabile 3 settembre 1968.

(da Fotogrammi di memoria, Aldo Maturo, Ediz.Nous 2013)