martedì 19 agosto 2014

IL GIOCO DELLE TRE CARTE

 
 Gli amici più furbi possono mettere alla prova la loro "abilità" seguendo il filmato
 
Aldo Maturo
Era il gioco dei giochi, a Napoli, sui marciapiedi davanti alla stazione centrale, al Corso Garibaldi, sotto la Galleria o dovunque c’era un passaggio di persone frettolose.  Era il gioco delle tre carte  che mi affascinava quando, uscito dall’università, mi avviavo frettoloso verso il treno, pronto a perderlo pur di godermi quella favolosa sceneggiata. Mi fermavo a guardare, incantato non dalle carte ma dall’organizzazione perfetta finalizzata a truffare il passante di turno. 

       Un panchetto pieghevole, tre carte da gioco e una “paranza”,  piccola banda di  5 o 6 persone, ciascuno con il suo compito, uniti a crocchio intorno al "mastro di carte" che mischiava le tre carte e le faceva roteare più volte sul ripiano del  panchetto aperto come un piccolo  tavolo da gioco.
Vicino a lui due “compari-giocatori” facevano finta di non conoscersi tra di loro e puntavano accanitamente fior di 10.000 lire sulla carta "vincente", ma perdevano puntualmente perché sfilando i soldi dalla tasca fingevano di dover abbassare gli occhi e questo consentiva al manipolatore di spostare la carta vincente per farli perdere. Intorno altri “compari” "assistenti" al gioco parteggiavano per i “giocatori” e a volte puntavano anch'essi. 
    La calorosa partecipazione creava un clima di favorevole connivenza che trascinava i passanti. Chi si fermava a guardare prima o poi era spinto  a partecipare e lo stimolo a puntare diventava sempre più irrefrenabile.   A qualche metro il “palo” badava che non si avvistassero vigili, poliziotti o carabinieri. In tal caso partiva un fischio, il mastro di carte   chiudeva a libretto il panchetto e sparivano nella folla. 
    Un’organizzazione perfetta, con ruoli precisi e degni di una affiatata banda inserita nella cornice di un’estemporanea sceneggiata  napoletana. “La carta vince”, “la carta perde”. I due “compari-giocatori” a volte perdevano ma a volte vincevano perché la vincita doveva stimolare “i passanti” fermatisi ad osservare. La scena era sempre la stessa. “Il pollo” si fermava, guardava con aria disinteressata come a dire “a me non mi fanno fesso”, poi piano piano, incoraggiato da quelli che vincevano (non sapendo che erano complici) e confidando sulla  sua presunta furbizia, si faceva largo,  sempre più vicino al panchetto, soldi in mano e “zac” partiva la puntata sulla carta che credeva di aver  seguito in tutti i suoi spostamenti. 
    A questo punto il gioco diventava psicologico.  La “paranza” studiava in un attimo il soggetto per capire se bastava farlo perdere una volta sola o se era meglio incentivarlo con qualche vincita per spingerlo a puntare più volte con la voglia di rifarsi ma col risultato di perdere tutto. Una vincita, una perdita e così via. Al momento opportuno un'occhiata d'intesa  e un urlo:  “ …’a polizia…’a polizia”…”. Non era vero ma, come per incanto, le carte sparivano, il panchetto si ripiegava a libretto e tutti i compari sparivano dissolvendosi tra la folla come in una  rosa dei venti. Sul posto restava il truffato, ma ormai era troppo tardi per capirlo.  
    Si allontanava a testa bassa con un magone in gola, il portafoglio più leggero e il dramma di doverlo raccontare a casa. Ho visto in quegli anni persone perdere anche 2 o 300.000 mila lire. Poi i napoletani hanno capito che a Napoli non c’era più spazio, che il gioco era “bruciato” e si doveva emigrare in altre città  per cercare clientela più vergine.  Hanno colonizzato le varie piazze d’Italia e il gioco si è anche evoluto, con paranze che oltre alle  tre carte usano   i bicchieri o le campanelline sotto cui nascondono il cecio o la pallina da scoprire. Cambia la location ma la sceneggiata è la stessa e alla fine c’è sempre un truffato che resta e dei truffatori che fuggono. 

Ora per la prima volta in Italia il gioco dal reato di truffa semplice è stato "promosso" ad  associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Ci ha pensato il Tribunale di Torino che con le prove offerte dalle telecamere dei carabinieri ha condannato 17 persone a tre anni di carcere.  Quella paranza non guadagnerà più oltre 3.000 euro al giorno ma di certo c’è già quella di riserva che aspettava solo di entrare “in gioco”.
(da Fotogrammi di memoria, aldo Maturo, Ediz.Nous 2013)