lunedì 8 aprile 2013

UN AMICO CHIAMATO GIORGIO, 'EL FIOL DEL CIAVATIN





Giorgio Giacinti - (Foto Il Menestrello)
Aldo Maturo 


A Fossombrone per tutti era “Giorgio” e non serviva altro per indicarlo. Se proprio era necessario si aggiungeva “ ‘el fiol del ciavattin”, identità di certo più nota rispetto all’anagrafico Giacinti.

Con la sua personalità è stato uno dei personaggi più caratteristici e noti di Fossombrone, per molti un amico, per tanti un simpatico “caciaron”.




Messo Comunale, svolgeva il suo ruolo con dignitosa professionalità. Il suo tavolo di lavoro, in un angolo buio del salone centrale del Municipio, era punto di riferimento per tanta gente semplice, che da lui passava per essere guidata nei corridoi della burocrazia. Il ruolo lo gratificava e, a chi lo ringraziava per la sua disponibilità, dava una paccata sulla spalla accompagnata dall’ immancabile “..va là, lascia gì..”.

Nel pomeriggio, era difficile vederlo da solo, più facile trovarlo al bar o dal suo amico del cuore, Mario l’oroluger, ‘el Gnugn per gli amici, nella bottega del Corso di fronte alla Chiesa di San Filippo.

Giorgio e Mario Simoncelli sono state le prime persone che ho frequentato a Fossombrone.  Umili ma ricche di umanità, di loro ho apprezzato la semplicità e la fedele  amicizia. Mi hanno aiutato ad inserirmi in quella comunità e mi hanno guidato nella storia del paese giorno per giorno. Attraverso di loro ho conosciuto persone, cultura, tradizione e dialetto locale, che ho imparato grazie alla loro disponibilità di tradurmi contestualmente in italiano quello che altrimenti non avrei potuto capire in dialetto.

Il passaggio serale dal “Gnugn” era l’appuntamento fisso di una giornata che volgeva al termine.  Luogo di socialità e di gossip paesano, fra quelle mure impregnate di Malboro si attendeva la serata, da spendere in qualche trattoria. “Gim giò’” significava invece andare alla “Marina”, tra le luci di Riccione.

La sensibilità di Giorgio la si apprezzava anche nei suoi hobby di  orafo e di pittore. Negli anni ’80  aveva aperto un suo laboratorio in Via Roma, a pochi passi dal semaforo del Ponte, e lì passava interi pomeriggi a creare bellissimi anelli e monili, veri pezzi unici in stile azteco.  La sua passione poliedrica per l’arte la esprimeva anche nella pittura, dove riportava fedelmente su tela gli angoli più suggestivi dei posti che amava, o nei pannelli   di rame, che lavorava pazientemente con immagini in bassorilievo riprese dalla mitologia.

La sua voglia di vivere era stata penalizzata negli ultimi anni da qualche parentesi  negativa, superata solo grazie all’affetto della sua famiglia. Quando sembrava che la vita gli risorridesse era arrivata  la svolta finale,  il male che ha combattuto coraggiosamente  perdendo inevitabilmente quest’ultima partita.

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