domenica 19 aprile 2015

IO E ARMIDA


Oggi ricorre il triste anniversario della morte di Armida Miserere, direttrice del carcere di Sulmona, morta il 19 aprile 2003 a 47 anni. Si era sparato un colpo di pistola alla testa, nell’ alloggio demaniale di quel carcere che dirigeva da circa 10 anni. 
Con Armida, la collega in tuta mimetica, ho lavorato insieme in importanti incarichi affidatici dal Ministero e la sua immagine è rimasta intatta nella mia mente. 





Aldo Maturo



  Per terroristi e mafiosi era una donna dura. All’Ucciardone la chiamavano la “fimmina bestia”. Spesso indossava la tuta mimetica degli agenti, cosa del tutto inconsueta per un direttore, che non è un militare. 

Per i colleghi era una donna rigorosa, preparata, nervosa ed intransigente. La sua vita era stata segnata per sempre dalla morte del compagno, Umberto Mormile, educatore del carcere di Milano Opera. Era stato assassinato nel 1990, su ordine di Domenico Papalia, considerato il capo della ‘ndrangheta in Lombardia. La cosa l’aveva sconvolta come donna ma aveva anche condizionato per sempre il suo modo di essere direttore.






Fra le colleghe era la più brava. Per la sua incondizionata dedizione al lavoro, il Ministero da sempre l’aveva mandata in trincea nelle sedi più scomode. Dovendo render conto ormai solo a se stessa, non aveva mai detto di no.

Ho conosciuto Armida quando ero Capo del Personale per le Marche e lei era stata mandata in missione nella mia regione. Prima al carcere di Ancona, per un breve periodo, e poi in quello di Ascoli Piceno. 

Ascoli era un supercarcere, c’era una sezione per detenuti 41 bis, ma soprattutto c’era Totò Riina, ritenuto il capo dei capi della mafia, 18 ergastoli sulle spalle. Tra me, al Provveditorato, e lei al carcere, c’erano contatti di lavoro continui.  




Oltre a questo legame diretto in ambito regionale, eravamo stati scelti tutti e due da Alfonso Sabella, il Capo dell’Ufficio Ispettivo del Dipartimento, per far parte della sua ristretta squadra di collaboratori. Sabella era il magistrato noto alle cronache per l’arresto di Brusca, il mafioso del telecomando, quello che aveva fatto saltare in aria il giudice Falcone. Si partiva in ispezione in poche ore, con l’arrivo del fax. Oggetto dell’inchiesta era un’evasione, un omicidio, un’inchiesta disciplinare, un’allegra gestione contabile. Giornate full time a indagare, scoprire, interrogare, verbalizzare, relazionare.

Alla fine di quel 2002, io e Armida  avevamo avuto l’ incarico di fare un’ispezione insieme al carcere di Salerno. Sia per me che per lei era l’ennesima indagine in pochi anni. Delle città conoscevo solo il tragitto dall’albergo al carcere, filtrato dai vetri fumè dell’auto di servizio. In compenso conoscevo tutti gli angoli dei carceri ispezionati.

Ero preoccupato per quella missione a Salerno, ma ero contento che ci fosse anche Armida. Sapevo che con lei il rischio aumentava perchè era un obiettivo della malavita, che l’aveva minacciata più volte di morte. Da anni aveva due agenti di scorta e una macchina superblindata con i vetri da sei centimetri.  Però quella missione a Salerno non mi piaceva e mi tranquillizzava averla vicina. 

L’indagine si rivelò lunga, complessa ed articolata. Il Ministero ci mandò sul posto tre volte in tre mesi, per approfondire migliaia di documenti e sentire e risentire decine di persone. Tre settimane sempre insieme, dal mattino a notte tarda. Nulla faceva presagire che di lì a pochi mesi si sarebbe suicidata. Come sempre accadeva in tutte le ispezioni, anche la città di Salerno restò per me sconosciuta e misteriosa. Filtrate dai vetri antiproiettile della sua Sunbeam di servizio, le strade scorrevano veloci, sfumate e verdognole.



 
 I giorni si susseguirono in una stanza piena di computer e di fumo, quello delle sue sigarette. Fra un interrogatorio e un verbale le mettevo davanti piramidi di Ferrero rocher, per aiutarla a fumare di meno. Tutto inutile, la sera tornavo in albergo con la gola irritata e i bronchi pieni del suo fumo. Ma bisognava accettarla così, con quella sua aria perennemente arrabbiata, i suoi improvvisi scatti d’ira, le sue improvvise e coinvolgenti risate. Nella sua vita non c’era spazio per altre distrazioni o almeno facevano parte di quell’angolo della sua mente che non apriva a nessuno. 

Si lavorava in perfetta sintonia, anche se come Direttori ci divideva qualche diversità ideologica. L’idea che Armida aveva del carcere è ben fotografata da quanto disse al settimanale “Io Donna”, che l’aveva intervistata nel 1997: “ Per me il carcere deve essere un carcere e i detenuti devono saper fare il loro mestiere. Io non faccio il direttore del Jolly Hotel, ma dirigo un luogo di condanna per efferati delitti”. 

Armida, una donna sola che è scivolata pian piano verso l’ultimo traguardo. Ci univa un forte patto di colleganza e una grande stima reciproca, privilegio che lei riservava a pochi.



Cristina Zagaria ha voluto dedicare un capitolo del suo libro a quella nostra ispezione al carcere Salerno.

“Salerno, ottobre 2002 – Tre settimane di ispezione, in tre mesi, al carcere di Salerno: ottobre, novembre e dicembre. Armida e Aldo Maturo partono insieme da Roma. Si sono conosciuti nelle Marche. Quando Armida è andata al carcere di Ascoli Piceno, Aldo era a capo dell’ufficio personale. Le tre settimane d’ispezione sono dure. La mattina si comincia alle otto. A pranzo non si mangia. La sera si esce dal carcere alle dieci.

“E pensare che tutti mi dicono che sono fortunato, giro l’Italia e vedo tante città”. Aldo è stanco. Ha gli occhi rossi e lo sguardo fisso fuori dal finestrino dell’auto che li sta riportando in albergo. Armida accende una sigaretta. E aspira piano.

“Basta, Armida, ti prego, è la seconda stecca di sigarette che mi fai fumare. Non ce la faccio più”. L’auto attraversa la città che dorme. A Salerno è ancora estate.

“Lasciami almeno le mie sigarette, ti prego..”.

“Fumi troppo, Armida, davvero troppo. E non mangi niente. Sederti a tavola per te è solo una scusa per fumarti una sigaretta, non per mangiare. Sei diventata pelle e ossa”.

“Mi fai la predica?”. Armida è calma. E’ troppo stanca per arrabbiarsi.

“Si”.

Squilla il telefono. E’ il ministero. Armida fa un breve resoconto della giornata. Aldo la guarda, le suggerisce qualche passaggio. Domani è l’ultimo giorno di ispezione.Chiude il telefono. Aldo riprende: ”hai bisogno di una vacanza. Rilassati, stacca, altrimenti ti esaurisci. Corri da una città all’altra senza fermarti a vederne nessuna. Il fine settimana sei a Sulmona. E gli altri giorni a Roma, poi in giro, sempre in viaggio. Fermati. Stacca la spina. Sii te stessa..”.

“Sono stata da Rita, Rita Barbera, la siciliana, la conosci? Ha comprato una bellissima villetta a Capaci sul mare. E quest’estate sono stata da lei. Relax assoluto, grandi nuotate, sole e mare”.

“E avete parlato di lavoro”.

“Anche, perché no?”.

“Armida..poi mi stai parlando di quest’estate. E’ già passata. Io parlo di una nuova vacanza, ora”.

“Non ho bisogno di una vecchia zia in calzoni che mi rimproveri”, Armida scatta. Un attacco d’ira furente, improvviso. Spegne la sigaretta a metà e ne accende un’altra. Aldo però non molla. “Armida, io sono come te, adoro questo lavoro, ho sposato un’educatrice, sono immerso fino al collo, ma bisogna salvarsi, crearsi una piccola sacca di purezza in cui rifugiarsi, un’isola felice”.

“Io non ce l’ho un’isola felice. Sono sola. Ho pochi amici e solo un fratello ed è meglio che mi stiano tutti lontani. Non ho famiglia. Non ho bambini. Non ho un’isola…devo nuotare..e basta”.

“Tu sei brava. Sei la migliore tra noi. Sei un bulldozer. Ma se continui così ti odieranno tutti e tu odierai te stessa”

“Non ho scelta”

Sono arrivati in albergo. Un palazzone triste con l’insegna luminosa che brilla nella notte e l’odore di minestra nella hall.

Cenano in silenzio. Sono troppo stanchi. Aldo fuma altre sigarette di Armida. Non protesta più. Va a letto. Armida rimane al bar.

“Ci vediamo domani alle otto”

“Alle otto”.

E’ l’ultima missione che Aldo e Armida fanno insieme.

Al ritorno da Salerno il muro di Sulmona sembra ancora più alto, le montagne più vicine, il vento più tagliente.”

(da “MISERERE – vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato” di Cristina Zagaria, Flaccovio Editore, 2006, pagg.257-259)