mercoledì 11 marzo 2015

LINA MERLIN, UNA SENATRICE DA SCOPRIRE


Nota ai più solo per l’abolizione della prostituzione legalizzata (“case chiuse”), in realtà a lei si devono, tra l’altro, l’abolizione dell’infamante dicitura “Figlio di N.N.” che veniva apposta sugli atti anagrafici dei trovatelli (Legge n. 1064 del 31 ottobre 1955), l’equiparazione dei figli naturali ai figli legittimi in materia fiscale, la legge sulle adozioni, che eliminava le disparità di legge tra figli adottivi e figli propri, e la soppressione definitiva della cosiddetta “clausola di nubilato” nei contratti di lavoro, che imponeva il licenziamento alle lavoratrici che si sposavano (Legge n. 7 del 9 gennaio 1963).

 
(…) Considero la legge Merlin una legge di cui l’Italia e le Italiane dovrebbero andare fiere, mentre purtroppo mi sembra che oggi sia attaccata in continuazione e tacciata di moralismo. Ecco perché deve essere difesa. Un altro motivo della mia scelta me lo ha dato il libello polemico di Montanelli del 1956 “Addio, Wanda!” nel quale scriveva: « … in Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia… ». Bene, questo mi sembra un ottimo motivo per chiuderle e per ricordare con orgoglio la senatrice socialista Merlin.


Lina Merlin, all’anagrafe Angelina Merlin (1887-1979): politica e partigiana, membro dell’Assemblea Costituente e prima donna a essere eletta al Senato.
È una giovane maestra quando comincia a rendersi conto delle condizioni in cui vivono le donne del suo tempo: in particolare non tollera l’ipocrisia dei capi di famiglia, religiosi e osservanti, che non trovano alcuna contraddizione tra i loro principi e il frequentare le prostitute. Le “case chiuse” sono, infatti, considerate luogo di svago, dove i giovani possono fare esperienza, mentre è scandaloso per una donna avere rapporti sessuali fuori del matrimonio.
Lina si iscrive al Partito Socialista Italiano, cominciando a collaborare al periodico “La difesa delle lavoratrici”, di cui in seguito assumerà la direzione. Collabora con il deputato socialista Giacomo Matteotti e gli riferisce le violenze perpetrate dalle squadre fasciste nel padovano.
Quando, nel 1925, dopo l’assassinio di Matteotti, Mussolini consolida il suo potere, il destino di Angela è segnato. In meno di due anni viene arrestata cinque volte. Inoltre viene licenziata dal suo impiego d’insegnante perché si rifiuta di prestare il giuramento di fedeltà al regime, obbligatorio per gli impiegati pubblici. Ha 39 anni.
In seguito, alla scoperta del complotto per attentare alla vita del duce, il suo nome viene iscritto nell’elenco dei “sovversivi” affisso nelle strade di Padova
Lina quindi si trasferisce a Milano dove pensa sia più difficile essere rintracciata.
Comincia a collaborare con Filippo Turati, ma è arrestata e condannata a cinque anni di confino in Barbagia.  Anche qui, colpita dalla povertà e dall’arretratezza della regione, riesce a conquistarsi il rispetto e la fiducia degli abitanti, soprattutto delle donne.  Ad alcune di loro insegna a leggere e a scrivere.
Tornata a Milano prende parte ad azioni della resistenza partigiana, rischiando più volte la vita. Catturata dai nazisti, riesce a sfuggire con uno stratagemma. Scrive articoli sul periodico socialista clandestino Avanti!  e nella sua casa di via Catalani 63 con Lelio Basso, Sandro Pertini, Rodolfo Morandi e Claudia Maffioli organizzano l’insurrezione.
Nel 1946, a 59 anni, viene eletta all’Assemblea Costituente. I suoi interventi nel dibattito costituzionale, quale membro della Commissione dei 75, risulteranno determinanti per la tutela dei diritti delle donne, e lasceranno un segno indelebile nella Carta Costituzionale.
A lei si devono infatti le parole dell’articolo 3: “Tutti i cittadini…sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso“, con le quali veniva posta la base giuridica per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna, che fu sempre l’obiettivo principale della sua attività politica.
È inoltre degna di nota l’opera di mediazione da lei esercitata tra opinioni contrapposte riguardo alla stesura dell’articolo 40, concernente il diritto di sciopero, proponendo una formulazione analoga a quella presente nel preambolo della Costituzione della IV repubblica francese.
Uno dei punti cardine, se non il principale, dell’opera politica di Lina Merlin è stata la battaglia per abolire la prostituzione legalizzata in Italia, seguendo l’esempio dell’attivista francese (ed ex prostituta) Marthe Richard, che già aveva fatto chiudere le case di tolleranza in Francia.
Negli anni seguenti l’approvazione della sua famosa legge, Lina Merlin proseguì l’attività parlamentare con altri importanti interventi legislativi a favore della condizione delle donne e contro le discriminazioni ai danni dei più deboli.
A lei si devono, tra l’altro, l’abolizione dell’infamante dicitura “ Figlio di N.N. ” che veniva apposta sugli atti anagrafici dei trovatelli (Legge n. 1064 del 31 ottobre 1955), l’equiparazione dei figli naturali ai figli legittimi in materia fiscale, la legge sulle adozioni che eliminava le disparità di legge tra figli adottivi e figli propri, e la soppressione definitiva della cosiddetta “clausola di nubilato” nei contratti di lavoro, che imponeva il licenziamento alle lavoratrici che si sposavano (Legge n. 7 del 9 gennaio 1963).
La stizza di molti uomini che le imputavano la scomparsa del loro “intrattenimento” preferito, le procurò ostilità e inimicizie persino nell’ambito del suo stesso partito.
  Pubblicato su ottobre 18, 2013 da snoqfactory