venerdì 3 aprile 2015

IL PAESE CHE NON C'E'


Enza Zotti, telesina da generazioni, accompagna per mano i  telesini in una romantica passeggiata lungo la vecchia Via Roma, zumando di casa in casa dal Quadrivio alla Chiesa. Per chi c’era, è un nostalgico tuffo nel passato, per i nuovi telesini la scoperta di un pizzico di storia della loro cittadina.
Panorama della Telese anni 1960 (Foto Pro Loco)
 Enza Zotti

 
C’era una volta via Roma. Tornare nei luoghi dell’infanzia e della prima giovinezza per respirarne l’aria e in essa il profumo dei ricordi. “Il paese che non c’è” è ritrovare in quei luoghi e in quelle cose i volti e gli accenti delle persone care scomparse. E’ un privilegio dell’anima che noi non abbiamo meritato. Abbiamo lasciato che quanto di bello e di sacro c’era da conservare per la memoria storica del nostro paese venisse vanificato demolito o asservito alla macchina della speculazione e del profitto, millantando un falso sviluppo e un falso progresso.

Via Roma. E’ qui che nasceva Telese, il cuore storico che andava conservato nella sua bellezza e armonia. Oggi è irriconoscibile e vive solo nel cuore e nella mente di quanti vi vissero i migliori anni della propria vita.

Via Roma era svegliarsi al mattino nel profumo dolce amaro degli oleandri bianchi e rossi che l’alberarono nel dopoguerra e fino a tutti gli anni cinquanta, respirare i giardini delle ville vittoriane dalle recinzioni ricoperte da cascate di glicini e ricchi di fiori d’arancio , rose, gelsomini e gardenie. Le viole annunciavano la primavera e nascevano copiose e spontanee anche sulle rive del torrente Grassano, che attraversava via Roma in due punti e forniva energia pulita al mulino Lamparelli e al mulino Capasso e Romano.

Villa Boccagna - ex Ufficio Postale (Foto Pro Loco)
Aprire le finestre sulle eleganti architetture di villa Lamparelli e villa Boccagni, che fu sede del primo ufficio postale, di palazzo Maturo, l’unico riportato agli antichi splendori, che ospitava, nella parte oggi con la facciata deturpata dalle mattonelle, l’ostetrica signora Agrippina che aiutò a nascere i figli della guerra e del primo dopoguerra, di palazzo De Francesco, antica pensione oggi demolito, di palazzo Riccardi, deturpato per fini commerciali, che ospitò le famiglie Arzillo, Tanzillo e poi Rubino, di palazzo Frascatore, che fu sede del primo municipio e della prima scuola elementare successivamente della prima scuola media, demolito per costruirvi un moderno edificio pubblico di cui da anni esiste solo lo scheletro.

Quadrivio - a dx Palazzo Maturo - (Foto Pro Loco)
Oltre il ponte che attraversa il Grassano si trovava palazzo Pescatore, che ospitava il medico condotto, l’ottimo dottore Buttà che nei tempi della guerra eseguiva interventi chirurgici d’urgenza, con successo, anche sui tavoli delle cucine. Nello stesso palazzo abitava il veterinario dottore Zarrelli.

Di fronte c’era palazzo Del Vecchio, che da una parte ospitava la farmacia Mastrobuoni e dall’altra la famiglia dell’imprenditore edile Maietta, Palazzo Di Pietro, che ospitava la caserma dei carabinieri, e poi palazzo Chiarlotti.

Tutti i palazzi avevano facciate dai colori chiari e luminosi, gli spigoli ornati da intonaci sopraelevati a grandi riquadri, le finestre incorniciate da doppi intonaci e i balconi anch’essi ornati da intonaci e ringhiere in ferro battuto.

I grandi portoni di legno pesante introducevano a vasti androni, dai pavimenti che disegnavano tappeti, ai lati si aprivano le stanze del piano giorno e in fondo maestose scale di marmo per l’accesso ai piani alti. Tutti i palazzi avevano nel retro ampi giardini fioriti.

Dopo palazzo Chiarolotti, la Chiesetta, la bella Chiesetta descritta da Aldo Maturo (1). Al suo fonte battesimale ricevemmo l’imprimatur di Cristiani e per la prima volta l’ostia consacrata, lì le nostre mamme e le nostre nonne pregarono perchè finisse la guerra e tornassero i loro uomini, chiesero conforto alle loro ambasce rivolgendosi alla bella immagine dell’Immacolata. In quella Chiesa l’ultimo saluto a mio padre, le preghiere e le confessioni per i primi turbamenti di noi adolescenti e i fioretti per il superamento dei primi esami scolastici.

La Chiesa per prima pagò il prezzo del progresso, ne fu decretata la demolizione da gente che in quella Chiesa non aveva legato lo Spirito, e noi li lasciammo fare…

Al posto della nostra Chiesa sorge il capolavoro della nuova Chiesa a tutt’oggi incompiuta, che è andata ad occupare, stravolgendola, Piazza Mercato dove oltre al mercato del sabato avevano luogo le fiere: quella di marzo per piante ortaggi e soprattutto “le pastunache” e quella di ottobre dove mio padre acquistava il maialino da allevare per i salumi e mia madre comperava due tacchini per Natale.


La vecchia Chiesa e Le Putechelle (Foto Pro Loco)
Affacciate su via Roma, adiacente a Piazza Mercato, “le Potechelle”, quattro costruzioni identiche molto graziose. Le stanze del piano terra si aprivano sulla strada mentre una doppia scaletta al centro dell’edificio confluiva sullo stesso pianerottolo da cui si dipartivano, divergendo, due rampe che conducevano a due terrazzini su cui si affacciavano le camere del primo piano.

“Le Potechelle” sono annoverate tra le primissime costruzioni, nascevano ancor prima della dirimpettaia Chiesetta e dopo l’arco dedicato al dio Mamerte per i Sanniti, Marte per i Romani, appartenevano alla cinta muraria della Telesia medioevale e si trovavano nei pressi dell’antica torre campanaria, introducendo i viandanti a Telese, inizialmente frazione di Solopaca.

Su Piazza Mercato si affacciavano: Casa Guerra, Casa Pacelli, Casa Rubino, Casa Bozzi, Casa Di Santo, Casa Stanzione, Casa Merrone e Casa Capasso e Romano.

La zona era ricca di antiche botteghe, taverne e stazioni di posta. Qui, percorrendo via Roma, importante arteria di collegamento per tutti i paesi della valle telesina, i viaggiatori potevano rifocillarsi e pernottare presso le taverne di: Gaetanina “A riccia”, Vittoria “a zoppa”, Sabatino “u Niro”, l’albergo Cialone, l’albergo Del Vecchio; potevano far riposare i cavalli e rifare i ferri ai loro zoccoli dal maniscalco Gasbarra e magari aggiustare i carri dal carrese Tancredi, per poter riprendere il viaggio il giorno successivo riposati e in piena sicurezza.

Alla fine di via Roma, più in alto, imponente si ergeva e si erge il Casino del barone Iannotti Pecci, restituito all’armonia e alla bellezza del suo tempo dal Barone Costanzo, ultimo erede maschio della nobile famiglia. Spesso mi par di rivedere in quei giardini la bella e nobile figura, nel nome e nei fatti, della Baronessa Enrichetta, per la mia famiglia la carissima “commara” Marcarelli.

Come non rivedere i negozi, i laboratori artigianali che si concentravano in via Roma: l’ingrosso dei sali e dei tabacchi con annesso tabacchino gestiti da don Guido Maturo, l’eccellente sarto Antimo Del vecchio che nel dopoguerra rivoltava vestiti e cappotti, il salone da barbiere di Biagio Monteforte, il dopolavoro “Che non potè chiamarsi bar” dove i nostri padri trascorrevano il loro poco tempo libero nel gioco delle carte e del bigliardo e dove si poteva ascoltare il giornale radio. Solo i più fortunati, all’epoca, avevano una radio e il dopolavoro era gestito dalla cara Cleonice.

Di fronte a villa Lamparelli, tra palazzo Riccardi e il mulino Lamparelli, c’era l’officina meccanica di don Americo Zotti, stimato artigiano, competente ed onesto, ereditava il don dall’aristocratica famiglia Brizio da cui discendeva sua madre.

Chino sul tornio, sagomava pezzi per le industrie aeronautiche di Napoli e con le mani spesso intrise di grasso riparava i motori delle auto, possedute allora solo dai notabili di Telese e del circondario. Ebbe numerosi discepoli che nel tempo aprirono officine in tutti i paesi della valle telesina. Americo Zotti era mio padre, avevo solo dieci anni quando un incidente stradale lo strappò al nostro amore.

Di  fronte a palazzo Chiarolotti, la fucina del ramaio Giovanni Longo sembrava quella del Dio vulcano, annerita dal fumo di un fuoco sempre acceso. Nelle “Potechelle” la bottega di mastro Nicola Presutti vero artista del legno.

La salumeria di Raffaele e Maria “spigone”, lui altissimo, simpatico, diveniva burbero quando noi bambini frugavamo nella crusca, posta in un grande cassone, per accaparrarci le sciuscelle. A lui rispondeva il sorriso accondiscendente di Maria, che significava fate pure, il suo sorriso non poteva che rimanere impresso nella memoria.

Per noi bambini, il più importante era il negozietto di cianfrusaglie e leccornie di don Pasquale ” u teatrista”, dove si potevano acquistare palline di vetro, figurine, quaderni, calamai, inchiostro, pastelli e pennini e soprattutto le barchette di liquirizia, delizia di noi piccoli.

C’era poi l’impaglia sedie Luigella, la fruttivendola Liberantonia e presso di lei, nella settimana Santa, il maestro organista Carmine Romano preparava i canti per la processione del venerdì Santo.

Partecipavano le sorelle Guerra, Clementina Covelli e molte altre giovinette.

Organizzavano le feste; Peppe, Capeppe e Giuseppe che spesso animavano, unitamente a Liberato col suo mandolino, le serate d’estate in piazza Mercato.

E’ utopistico pensare che tutto potesse rimanere come allora, ma nessuna delle amministrazioni che si sono susseguite nel tempo ha saputo o voluto conservare gli edifici storici e la storia stessa di questo paese, posseduto da molti amato da pochi.


________________________
(1) 

________________________
Telese Terme è un paese di 7.000 abitanti adagiato nella valle telesina, terra di oli e vini famosi, a metà strada tra Benevento e Caserta, protetto dal Monte Taburno e da dolci colline che ne rendono il clima gradevole e temperato. Grazie alla sua posizione centrale e pianeggiante, alla presenza di un rinomato stabilimento termale, a un incantevole laghetto, a preziosi reperti archeologici e alla limitata distanza che lo separa da montagne romantiche, da sempre trova nella destinazione turistica la sua naturale vocazione. Il Parco delle Terme è un polmone lussureggiante di verde e alberi secolari e pochi passi lo separano dal Parco turistico del Grassano, un’oasi incontaminata che prende il nome dal torrente che attraversa il paese con le sue acque limpide e cristalline, scorrendo fra case, orti e giardini. Il lago color smeraldo, alla periferia dell’abitato, è la gemma che completa questo splendido paesaggio. L’acqua, in tutta le sue varianti, rappresenta il più prezioso dono che la natura ha dato a questo fortunato angolo del Sannio (Aldo Maturo)