lunedì 19 novembre 2012

ESSERE ITALIANI NELLA TERRA DI GOETHE

Se non è azzardato dire che i tedeschi amano gli italiani è altrettanto vero che non li stimano. Ne apprezzano la spontaneità, l’allegria, la spensieratezza, la vitalità, la simpatia e l’estro artistico ma li considerano anche inaffidabili, ritardatari, imbroglioni, scansafatiche, mammoni e un po’ “mafiosi”. Non ci perdonano poi di urlare al ristorante e di gesticolare troppo.


Aldo Maturo

Negli anni ’50 e ’60 in molti licei scientifici del sud Italia la lingua straniera era il tedesco e quegli amici che la studiavano mi facevano sentire  parole interminabili, incomprensibili, foneticamente dure e aspirate come si sentiva solo nei film delle SS. A confronto, la dolcezza del  mio greco riscattava tutte le sue difficoltà.  Lo studio del tedesco era forse funzionale al fenomeno dell’emigrazione verso la Germania, che in quegli anni era caratterizzato da un grosso flusso migratorio verso la terra di Goethe. Il Sud, allora più che oggi, era un serbatoio di disoccupati e in quegli anni oltre 4 milioni di italiani scelsero la Germania per partecipare alla ricostruzione di un Paese devastato dalla guerra. Erano considerati lavoratori “ospiti”, in soggiorno temporaneo in attesa di ritornare in Italia. La maggioranza si fermò nel sud della Germania e, non avendo una qualificazione, fu impiegata in lavori agricoli, minerari, edili e, in parte, nelle industrie dell’acciaio. L’eco di una sistemazione lavorativa più soddisfacente di quella lasciata in Italia portò ad un esodo di altri meridionali, spesso disperati, ancor meno qualificati, totalmente ignari della lingua tedesca che dovettero adattarsi a  condizioni abitative degradate nei sobborghi delle grandi città.  Il cinema  rappresentò il dramma umano  degli emigranti in terre di lingua tedesca con il favoloso film “Pane e cioccolata”, uno dei capolavori di Nino Manfredi. All’inizio degli anni ’70 però la Germania frenò questo tipo di emigrazione incentivando anzi il rientro in Italia ma  furono ben pochi quelli che lo accettarono.


La caduta del muro di Berlino (1989) creò le condizioni di nuovi posti di lavoro per ricostruire la parte ovest della città e si assistette così ad un’altra ondata di emigrazione di forze lavoro dall’Italia e da quei  Paesi dove il tasso di disoccupazione continuava a restare altissimo.  Attualmente vivono nella terra di Angela Merkel circa 700.000 italiani, la terza comunità straniera dopo quella turca e balcanica,  ma è da dire che 200.000 di loro sono nati in Germania. Una forte presenza di italiani si ritrova a Stoccarda, Francoforte, Colonia, Monaco di Baviera. Più di 170.000 connazionali lavorano nelle grandi industrie come la  Bosch, la Mercedes, la Lufthansa e imperante per gli italiani è il mondo della ristorazione, con  oltre  25.000 piccole imprese  a conduzione familiare che hanno ristoranti, pizzerie, gelaterie etc. Sono proprio queste piccole attività che rappresentano la prima zattera di salvataggio per tanti italiani che sbarcano in Germania  senza lavoro e senza particolari punti di riferimento.

La crisi economica che dal 2008 attanaglia l’Europa ha rilanciato la Germania come Terra Promessa e si sta riproponendo la necessità di conoscere il tedesco per lavorare nel Paese economicamente più forte d’Europa, grande partner economico dell’Italia. Ma questa volta il timone verso la Germania non è puntato solo dalle classi dequalificate ma da giovani ingegneri, medici, esperti d’informatica, gente altamente professionalizzata che lascia la terra dei limoni per entrare nel motore d’Europa.

I nostri giovani, però, non devono farsi molte illusioni e devono sapere che in Germania dovranno scontrarsi con molti pregiudizi – non sempre gratuiti, a dire il vero - e riscattare altri luoghi comuni che da decenni penalizzano chi li ha preceduti.  Secondo una ricerca fatta da Alessandra Simonti per il  Ministero Affari Esteri, e per la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino, intitolata: “Come viene percepito l’Italiano residente in Germania dal tedesco medio?”, essere italiano in Germania rappresenta un pessimo biglietto da visita. Vecchi stereotipi e pregiudizi limitano l’inclusione dei vecchi emigrati  nel contesto sociale e questo li porta  a vivere generalmente in comunità chiuse che sono il maggior ostacolo ad una completa integrazione sociale. Per i ragazzi e i più giovani altro motivo di esclusione è la difficoltà d’inserimento scolastico dovuto alla lingua e alla severità degli studi. La scelta cade così sulla frequenza di scuole che offrono poche opportunità professionali o di carriera cui si aggiungono scarsi stimoli da parte delle famiglie che, di fronte all’insuccesso scolastico dei figli, invece di stimolarli per superare le inevitabili difficoltà di apprendimento  – spesso dovute anche al fatto che in famiglia si continua a parlare soltanto la lingua italiana -  scelgono di  avviarli a lavori scarsamente qualificati ma immediatamente remunerativi.

Gli scarsi risultati in campo scolastico creano però un circolo vizioso perchè diventa difficile elevarsi da classi sociali medio basse ereditate dai genitori. Quando la famiglia di origine non riesce ad integrarsi  si chiude in se stessa in un guscio fatto solo di  italiani. Questa condizione si ripercuote sui figli a livello scolastico tanto che riescono a conseguire risultati modesti e poco qualificanti, quando non decidono di abbandonare gli studi. La mancanza di titoli scolastici qualificanti li porta a dover fare soltanto lavori modesti e il circolo del disagio si chiude riportandoli a subire le stesse umiliazioni dei genitori.

Ma, nonostante tutto, se non è azzardato dire che i tedeschi amano gli italiani è altrettanto vero che non li stimano. Ne apprezzano la spontaneità, l’allegria, la spensieratezza, la vitalità, la simpatia e l’estro artistico ma li considerano anche inaffidabili, ritardatari, imbroglioni, scansafatiche, mammoni e un po’ “mafiosi”. Non ci perdonano poi di urlare al ristorante e di gesticolare troppo.

Insomma la maggioranza degli italiani non ha vita facile anche se la situazione varia da regione a regione, diventando ottimale a Berlino e molto meno soddisfacente in Baviera. L’isolamento sociale caratterizza anche altre comunità straniere (turchi, albanesi, balcanici ) che, come le nostre, continuano a vivere nei propri spazi etnici, con propri negozi, propri spazi ricreativi, mantenendo rapporti solo con i propri connazionali.
La Merkel sta cercando di risolvere il problema coinvolgendo enti, associazioni sportive, religiose, sindacati e ha minacciato di limitare gli ingressi  solo a quelli che conoscono o che imparano la lingua, ostacolo principale ad una completa integrazione. Ma comunque vadano le cose sarà difficile recuperare  il dislivello che caratterizza le  due culture.

Basti pensare che lo stesso Mario Draghi è stato fortemente osteggiato da tutti i giornali tedeschi prima di essere nominato al vertice della Banca Centrale Europea perché il suo brillante curriculum era penalizzato da una sole voce: “nazionalità”. La sua provenienza italiana, Paese in pessime condizioni finanziarie, indisciplinato, con un alto debito pubblico ed un’evasione incontrollata, lo rendeva ai loro occhi  inidoneo a guidare la  BCE, perché “per gli italiani l’inflazione è come la salsa di pomodoro sulla pasta”.

La nostra reputazione, prima dell’intervento di Monti, era ulteriormente scaduta per le note vicende erotico-sentimentali che hanno caratterizzato l’ultimo governo “politico” e siamo stati identificati come la patria dei vizi. E’ un’etichetta che ci portiamo dietro, insieme a tutti gli altri pregiudizi che ho elencato. Chi sta in Germania sa che è un conto giornaliero che gli abitanti d’oltr’alpe ci presentano e che rende molto difficile integrarci in una società rigida come la loro. La speranza è che la professionalità che caratterizza i nuovi flussi migratori possa contribuire a ridisegnare un profilo diverso del nostro Paese.