venerdì 18 maggio 2012

BOSSI,BESTIARIO PADANO

Da «Berluskàz» a «Föra da i ball»: le sparate del Senatùr.

di Paola Alagia su Lettera 43 - 17 maggio 2012 -
Il destino a volte gioca dei brutti scherzi. E così, adesso, Umberto Bossi si ritrova indagato (per l'ottava volta,  leggi le beghe giudiziarie del Senatùr e gli atti dell'inchiesta) con l’accusa, e qui sta la beffa, di truffa ai danni dello Stato. Proprio lui che, sin dagli esordi, aveva urlato contro Roma Ladrona e i palazzi della politica.
LA NEMESI STORICA. Nemesi storica? Forse. In realtà, questa non è che l'ultima contraddizione in cui è inciampato il grande Capo padano (leggi la creazione della mitologia della Lega).
Il federalismo, per esempio, rimane un grande incompiuto. E a nulla sono valse le piroette lessicali e il profondo maquillage della riforma messi in atto dal leader del Carroccio dopo aver rinuciato alla tentazione secessionista.
Sin dal suo debutto in politica, il Senatùr ha imparato a giocare su più tavoli (oratori). E questo vizio si è accentuato con l’ingresso della Lega al governo.
Dal «Berluskàz» al paladino antimafia: gli epiteti del Cav

I rapporti con Silvio Berlusconi sono emblematici dell'incoerenza di Bossi.
Era il 27 agosto 2009 quando, dopo lo scandalo Noemi, il Senatùr difese a spada tratta il Cav «odiato dalla mafia».
«Ho pensato che la storia delle donne sia venuta fuori perché il governo ha fatto una legge durissima sul sequestro dei beni ai mafiosi», tuonò a favore dell'alleato.
LA CAMPAGNA CONTRO. Eppure Bossi, negli Anni '90 non la pensava esattamente così. Prima del 2001, infatti, è stato tutto un susseguirsi di ‘amorevoli’ epiteti verso Silvio. A cominciare da quel «mafioso di Arcore», pronunciato a ridosso della caduta del primo governo Berlusconi, che diede inizio a una dura campagna contro il Cavalier «Berluskàz» o «Berluskaiser».
GLI AFFONDI SULLA PADANIA. Era il 19 agosto del 1998, quando Bossi scriveva sulla Padania: «Berlusconi è l’uomo della mafia, un palermitano che parla meneghino, nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per fregare il Nord».
Ma prima ancora, nel gennaio 1995, il Cav era stato definito «nazista, nazistoide, paranazistoide», «il grande fascista di Arcore» (aprile 1995) e «suino Napoleon» (luglio 1995). Fino ad arrivare agli affettuosi «povero pirla», «Wanna Marchi» e «piduista».
«Se toccano la Provincia di Bergamo, si prendono i fucili»
Sempre in tema di mafia, tuttavia, c’è da dire che il leader del Carroccio si è incartato più volte, alternando una linea ora dura ora morbida.
MAFIA, DUE PESI E DUE MISURE. Lo scorso marzo, per esempio, aveva definito il via libera al trasferimento di Salvatore Riina jr. a Padova in sorveglianza speciale «un attentato contro il Nord». I mafiosi gli fanno schifo ed è comprensibile.
Un po’ meno schifo gli fece però votare, il 27 settembre 2011, contro la mozione di sfiducia a Saverio Romano. L’allora ministro delle Politiche agricole era indagato per concorso esterno in associazione con Cosa nostra.
TAGLI SÌ, TAGLI NO. Che ne è stato, invece, dell’abolizione delle Province? Anche questa riforma si è persa per strada, anzi nelle parole del Senatùr. Il progetto era condiviso col Popolo della libertà (Pdl) nel programma di governo. Si vede che, poi, la conquista di molte poltrone negli enti intermedi ha fatto cambiare idea al Capo: «Non serve a niente tagliare le Province», aveva detto il 14 agosto 2011 durante un comizio in Trentino, «perché chi lavora in Provincia, se le tagli, non va a casa, va a lavorare in Regione». Prima di concludere: «Se toccano la Provincia di Bergamo, i bergamaschi prendono i fucili». Più chiaro di così…
«Ho 300 mila uomini a disposizione»
I fucili, appunto, un altro cult del linguaggio bossiano. Non si contano le volte in cui ha minacciato di usarli.
Nell’estate 2007, per esempio, rilanciando la battaglia contro le imposte del governo di Romano Prodi aveva attaccato: «A loro interessano solo i nostri soldi. I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c'è sempre la prima volta».

«SCHEDE ELETTORALI? UNA PORCATA». 

 E, poi, ancora alla vigilia delle politiche del 2008: «Se necessario, per fermare i romani che hanno stampato queste schede elettorali che sono una vera porcata, e non permettono di votare in semplicità e chiarezza, potremmo anche imbracciare i fucili». Per rilanciare, infine, il 29 aprile 2008, giorno del gran ritorno al governo dopo i quattro anni all’opposizione: «I fucili sono sempre caldi. Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho 300 mila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi».
«Quando vedo il tricolore mi inc....»
Capitolo a parte occupano le offese al tricolore. Non c’è dubbio che Bossi diede il meglio di sé il 26 luglio del 1997 durante un comizio a Cabiate (Como): «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il c...».
I GUSTI DELLA GENTE DEL NORD. Fino alle parole del Senatùr indirizzate al Capo dello Stato in concomitanza con i 150 anni dell’Unità d’Italia: «Abbiamo subìto anche il presidente della Repubblica che è venuto a riempirci di tricolori, sapendo che non piacciono alla gente del Nord».
Affermazioni che fanno pendant con il pensiero bossiano sulla Padania libera e l’allergia allo Stato italiano. Anche se, sempre per convenienza politica, ci sono stati i momenti in cui lo stesso presidente della Repubblica ha ricevuto attestazioni di stima dal leader del Carroccio: «Napolitano è persona saggia, non farà il governo tecnico», aveva detto un lungimirante Bossi nel novembre 2010.
Immigrati? «Föra da i ball»
Nel repertorio di Bossi, però, si aggiudicano un posto d’onore gli immigrati, altro cavallo di battaglia della retorica leghista. Dal «föra da i ball» (29 marzo del 2011) alla minaccia di sparare contro i clandestini in mare: «Al secondo o al terzo ammonimento, pum..., parte il cannone». Rimaste solo parole per fortuna.
«Spqr, sono porci questi romani»
La chicca sublime, infine, è quella del pranzo romano in piazza Montecitorio a base di polenta e vaccinara per sanare il vulnus causato dal celebre «Spqr, Sono porci questi romani», declamato da Bossi  il 27 settembre 2010.
SCUSE POCO SINCERE. Il numero uno di via Bellerio si cosparse il capo di cenere: «Chiedo scusa ai cittadini se si sono sentiti offesi, ma era una battuta. La cosa è stata strumentalizzata, sono stato impiccato per una frase» e consumò le laute pietanze capitoline-padane con i vertici istituzionali di Roma e Lazio.
«SIAMO NEMICI DELLA CAPITALE». La pace, però, non è stata duratura. E, infatti, Bossi ha già ripreso a insultare la Capitale: «Noi siamo nemici di Roma padrona e ladrona, dell'Italia, uno Stato che non riuscirà mai a essere democratico», ha affermato appena un mese fa.
Caro Umberto, forse la pajata non era buona abbastanza?